Fondazione Zoé
Paura, solitudine, sconforto. Devono provare questi sentimenti le donne malate di cancro, sottoposte a dure sedute di chemioterapia in anonime sale d’ospedale. Per affrontare le difficoltà del trattamento serve un buon dialogo tra medico e paziente, ma non è tutto. Anche l’interazione con le altre pazienti gioca un ruolo fondamentale: permette di condividere esperienze legate alla malattia, di esorcizzare la paura, di ottenere informazioni utili su come rapportarsi con lo staff medico, di creare delle vere e proprie comunità grazie alle quali affrontare al meglio la chemioterapia. Tutti elementi che fanno bene al percorso terapeutico, sia dal punto di vista pratico che psicologico. È quanto rivela uno studio di Cristina Zucchermaglio e Francesca Alby del Dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione della Sapienza Università di Roma. Secondo la ricerca, condotta tra il 2008 e il 2009 e in fase di pubblicazione sul “Journal of Oncology Practice”, le pazienti che interagiscono di più risultano, agli occhi dello staff medico, più cooperative, informate e capaci di far fronte alla terapia rispetto a quelle che hanno pochi rapporti con le altre.

Professoressa Zucchermaglio, i rapporti tra pazienti sono un’arma in più contro la malattia?
Siamo convinte di sì. La letteratura scientifica si è sempre occupata del rapporto medico-paziente, ma poco si sa delle interazioni che nascono tra i malati di cancro e di come queste possano influire sul percorso terapeutico e nel rapporto con il medico. Per conoscere la quantità e la qualità di queste interazioni tra pazienti abbiamo preso in analisi 14 donne malate di cancro al seno dell’età media di 60 anni, sottoposte a chemioterapia neo-adiuvante pre o post-intervento in un ospedale di Roma, chiedendo loro di raccontarci quali persone, a parte lo staff medico, avevano avuto un ruolo significativo nell’aiutarle ad affrontare la malattia. Dalle risposte è stato possibile dividere le partecipanti in tre categorie, in base alla quantità delle relazioni riportate con le altre donne. Nel primo dei tre gruppi, il fattore interazione è molto presente: le pazienti parlano delle amicizie nate in ospedale, dichiarano di condividere esperienze, dubbi, storie di sopravvivenza. Per esse la relazione con le altre è uno strumento per affrontare in maniera più competente la malattia, un elemento di forza. Anche nel secondo gruppo la socializzazione è presente, ma appare solo un modo per sentirsi meno sole. Infine, per una parte del campione la malattia è una sfida personale e solitaria: queste donne evitano le interazioni, viste come fonte di ansia e di preoccupazione.

Che influenza hanno queste diverse forme di interazione sul percorso terapeutico?
Abbiamo confrontato i risultati ottenuti con le valutazioni dell’oncologo e della caposala, ai quali abbiamo chiesto quali pazienti affrontassero meglio il trattamento e fossero più facili da seguire. Ed è venuta fuori una perfetta correlazione tra la quantità di interazioni delle pazienti e la valutazione medica. Il miglior giudizio, infatti, è andato proprio a quelle donne che interagiscono di più con le altre: risultano più informate, propense a seguire le istruzioni, collaborative e consapevoli. Abbastanza positivo anche il giudizio sul gruppo con un livello medio di relazioni, mentre del tutto negativo quello sulle donne con un basso tasso di interazioni. Secondo il parere dei medici, in alcuni casi queste pazienti sono poco informate, non seguono la terapia alla lettera e per questo sono più esposte anche a seri rischi; in altri, invece, seguono le istruzioni senza fare troppe domande, ma con un atteggiamento passivo che non fa bene all’efficacia del trattamento.

Cosa possiamo dire, invece, del contenuto delle conversazioni?
Le pazienti che comunicano poco o per niente hanno dialoghi poveri dal punto di vista del contenuto, poco utili alla gestione della malattia, mentre quelle più “chiacchierone” affrontano temi ricchi e variegati: si danno consigli su come evitare complicanze ed effetti collaterali della chemio, su quali informazioni chiedere al medico ma anche sulle parrucche migliori da usare. In questo modo si vengono a formare delle vere e proprie comunità di “amiche di ospedale”, descritte dalle pazienti stesse con la metafora delle comunità che si ritrovano nel salone del parrucchiere.

Come si può favorire queste forme di interazione?
È importante intervenire sulle infrastrutture, per esempio alcune sale d’aspetto sono lunghe e dispersive e non facilitano la comunicazione, e spesso le poltrone delle sale chemioterapiche sono distanti tra loro. Inoltre, si può fare in modo che le pazienti che si conoscono possano ritrovarsi nello stesso giorno per le sedute di chemio, oppure si può affidare a quelle più anziane dal punto di vista del trattamento il compito di socializzare con le nuove arrivate e aiutarle nel percorso che le aspetta.

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