Fondazione Zoé
Che non siamo tutti e sempre uguali dovrebbe essere cosa nota, tanto che il tema della diseguaglianza è parte centrale del dibattito socio-politico. 

Che non siamo tutti uguali di fronte alla malattia è pure un fatto noto, ma non sempre percepito come rilevante. Infatti il paziente che fa troppe domande diventa automaticamente “il soggetto difficile”, come se essere malati o sospettare di esserlo fosse un evento facile da metabolizzare. Se a questo aggiungiamo l’idea che persino la stessa persona non è la stessa nell’arco della sua vita, potremmo facilmente essere tacciati di complicarci inutilmente l’esistenza. Eppure essere medico ed esercitare questa professione è ancora, per molti di noi, un privilegio, un biglietto di invito ad entrare nella sfera più complessa del tempo di un essere umano, quello della fatica e del dolore, o della gioia e dell’attesa.
Le fasi della vita sono infatti molte e ciascuna, a suo modo, carica di aspettative e di criticità. Un bambino non è un piccolo adulto, una donna incinta è un soggetto doppio, gli adolescenti sono nella fase di ricerca della propria identità. E gli anziani sono nel  periodo in cui è probabilmente più difficile vivere, quello dell’adattamento progressivo (o veloce, dipende) ad uno standard di vita diverso da quello che si è avuto per la maggior parte della propria esistenza.

Comunicare quindi con le persone/pazienti richiede un supplemento di attenzione che tenga conto anche di questa diversità. Molto è stato fatto e scritto sul rapporto con i bambini, un po’ meno rispetto al rapporto con i genitori, perchè prevale infatti spesso l’aspetto “legale”, quello che tiene conto semplicemente della maggiore o minore età. Ma è intuibile che un bambino di pochi mesi non ha altra interazione che quella dell’abbraccio dei propri genitori e delle carezze e dei sorrisi delle persone che incontra. Non è invece evidentemente possibile estendere il linguaggio non verbale o l’assenza di coinvolgimento diretto a bambini anche piccoli per età (4-5 anni), che sono sottoposti a pratiche invasive o che devono affrontare terapie cariche di effetti collaterali. D’altra parte l’attenzione al dolore fisico del neonato e del bambino molto piccolo è stata per anni totalmente assente, tanto da portare ad eseguire interventi chirurgici in assenza di anestesia perché si partiva dall’idea che i piccolissimi non potessero provare dolore. Ma è sulle fasi già di per se stesse critiche dell’esistenza che occorre sviluppare maggiore attenzione. Penso all’adolescenza, che è un tempo inevitabile della vita e che trascina con sé una serie di criticità legate alla ricerca spesso ossessiva della propria identità. Parlare con un adolescente di cura del corpo, di abitudini di vita, di malattia e di cura è un esercizio complesso. Perché si è medici ed anche adulti, quindi appartenenti alla categoria istintivamente rifiutata. Perché la famiglia vuole naturalmente essere informata di ciò che accade, ma spesso è parte del problema, come accade nei disturbi dell’alimentazione, che sono in forte crescita e che sono anche legittimati dall’idea di bellezza prevalente nella società occidentale contemporanea.

 
Il medico si può di conseguenza trovare ad affrontare situazioni molto difficili. Arriva ad esempio nel tuo studio o nel tuo laboratorio un ragazzo/a che chiede di essere sottoposto al test per il virus HIV e di non farne parola ai genitori. Sappiamo che questo ragazzo, se risulterà positivo, avrà bisogno del supporto della sua famiglia, ma sappiamo anche che rifiutare di eseguire il test e/o di mantenere il segreto implicherà che quel ragazzo non si fiderà di noi, rinunciando magari al test e mettendo a rischio se stesso e le persone con cui entrerà in contatto. Analogo è il problema con le ragazzine, di cui in genere conosci da tempo anche il resto della famiglia, che ti chiedono di prescrivere una pillola anticoncezionale perché sono diventate sessualmente attive. Hai due obblighi distinti da osservare e non è facile capire quale sia in quel momento e per quella persona l’obbligo prevalente. Così come è difficile, perché è in fondo un terreno scarsamente noto, rapportarsi con i “nuovi” anziani, quelli per cui si sta cercando di coniare anche termini nuovi. La vita si è allungata, molte malattie sono cronicizzabili con i farmaci, l’idea di terza età è oggi profondamente diversa rispetto al passato. Quindi dire ad una persona di 65 anni che non potrà o dovrà più avere alcuni comportamenti non è semplicissimo, perché la percezione soggettiva del tempo e del proprio status sociale si è modificata. Pensiamo alle donne che hanno figli in età sempre più avanzata, alla sessualità degli anziani, alla modulazione necessaria di dieta ed esercizio fisico.
La medicalizzazione progressiva della vita ha inoltre introdotto temi nuovi, legati ad esempio all’utilizzo intensivo dei test predittivi a partire dalla gravidanza, confondendo troppo spesso ipotesi statisticamente accettabili e possibilità di cura, creando un giudizio implicito e probabilmente inconsapevole sulla possibilità che la vita abbia valore anche se contraddistinta da imperfezione e disabilità. Le nuove tecnologie stanno riconfigurando il rapporto tra medico e paziente, perché in mezzo ora sta il web e l’accesso indistinto ed inevitabilmente poco consapevole.

Insomma non diamo per scontato che sia sufficiente oggi conoscere bene la parte più tecnico-scientifica dell’atto medico. La medicina è ancora e soprattutto un’arte, che richiede passione, capacità di immedesimarsi nella storia della persona/paziente che hai di fronte ed una profonda umiltà. Nell’ambito delle più qualificate università del mondo l’accesso alle scuole mediche avviene sia attraverso il superamento dei test di ingresso, che attraverso test attitudinali che ne verifichino l’attitudine umana. E la comunicazione con il paziente è materia di studio. Forse, accanto alle cifre dei bilanci, dovremmo iniziare a rivedere anche il contenuto dei nostri percorsi formativi.
 

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