Fondazione Zoé

Per escludere la responsabilità del medico non è sufficiente il rispetto delle linee-guida


prof. Giampaolo Azzoni


Una recentissima sentenza della quarta Sezione penale della Corte di Cassazione (n. 8254 del 4 marzo 2011) ha affermato un principio nuovo (e assai problematico): il rispetto delle linee-guida non è sufficiente ad escludere la responsabilità del medico; ed ha anche confermato un principio consolidato (ma non per questo meno problematico!): il diritto alla salute non può essere subordinato a valutazioni di natura economica (di tipo ‘ragionieristico’, come scrive la Corte).
 
Ecco in breve il caso da cui si origina la sentenza. Il 9 giugno 2004 un uomo colpito da infarto miocardico con grave insufficiente respiratoria venne trasportato all’ospedale civile di Busto Arsizio dove fu sottoposto ad una angioplastica coronarica con applicazione di uno stent medicato. Il 18 giugno 2004, dove nove giorni di ricovero, essendo asintomatico, venne dimesso con la prescrizione di una terapia farmacologica. Nella stessa notte della dimissione, a poche ore dal rientro a casa, il paziente venne colto da dispnea e tosse; trasportato in ospedale, vi giunse già privo di vita. Invece, se il paziente non fosse stato dimesso, si sarebbero potute attivare prontamente terapie che forse gli avrebbero salvato la vita.

Come stabilì la perizia medico-legale effettuata nel giudizio di 1° grado, il medico che decise la dimissione agì conformandosi alle linee guida (o protocolli medici) che prevedono la dimissione del paziente allorché egli sia in compenso cardiocircolatorio e si sia raggiunta la stabilizzazione del quadro clinico.
Ma, secondo la quarta Sezione penale della Corte di Cassazione, la conformità alle linee guida non è sufficiente ad escludere la responsabilità del medico che decise la dimissione.
Secondo i giudici, “il medico deve, con scienza e coscienza perseguire un unico fine: la cura del malato utilizzando i presidi diagnostici e terapeutici di cui al tempo dispone la scienza medica, senza farsi condizionare da esigenze di diversa natura, da disposizioni, considerazioni, valutazioni, direttive che non siano pertinenti rispetto ai compiti affidatagli dalla legge ed alle conseguenti relative responsabilità”. Mentre le linee guida altro non sarebbero che “uno strumento per garantire l’economicità della gestione della struttura ospedaliera”.

Durissimo è il giudizio della Suprema Corte su chi antepone “la logica economica alla logica della tutela della salute”: eventuali direttive con tali finalità sono illegittime e il medico non è tenuto a rispettarle, ma deve sempre assumere le decisioni più opportune a tutela della salute del paziente. La correttezza del comportamento del medico non va quindi rapportata né a linee-guida, né a prassi correnti, ma alla specifica e complessiva situazione del paziente (che si ricostruisce non solo in riferimento alla tipologia dell’intervento, ma ad un’attenta anamnesi).

A mio modesto avviso, la sentenza della Cassazione penale è sicuramente positiva quando richiama il medico al suo dovere deontologico di fare il bene del paziente, ma presenta diversi aspetti problematici:
• è problematica l’assimilazione delle linee-guida a meri criteri di efficienza economica senza fondamento scientifico;
• è, conseguentemente, problematica l’asserita irrilevanza delle linee-guida per individuare i canoni di diligenza, prudenza e perizia dell’attività medica;
• è problematico il modo di determinare gli standard di comportamento alternativi alle linee-guida in quanto si appaleserebbero nella loro interezza dopo e non prima l’intervento medico;
• è, infine, problematica la confermata caratterizzazione del diritto alla salute come indipendente da valutazioni economiche in un contesto in cui – come Daniel Callahan ha ben descritto – i costi della medicina sono crescenti e, pertanto, si pone sempre più drammaticamente un problema di giustizia distributiva.
 

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