Fondazione Zoé

Forse i nostri modi di pensare alla virtù sono legati a vecchi stereotipi.



prof. Carmelo Vigna

Per questo non l’amiamo quanto dovremmo. Eppure la virtù è ciò che cerchiamo inconsciamente tutti i giorni. Saperne qualcosa di preciso, dico della virtù, può essere dunque di qualche utilità.

Intanto, quasi tutti siamo inclini ad ammirare il violinista “virtuoso”, anche se qualche riserva si fa innanzi se il virtuosismo ci appare fine a se stesso. Vorremmo infatti che il violinista “virtuoso” fosse anche un interprete intelligente. Il suo virtuosismo lo disponiamo spontaneamente dal lato della “tecnica”. Alludiamo cioè alla sua conoscenza dello strumento, delle sue possibilità sonore, così come alludiamo alla sua scaltrita manualità esecutiva. Generalmente, pensiamo che i fattori tecnici sono condizione necessaria, ma non sufficiente di una buona interpretazione. Come quando troviamo un atleta dal fisico possente, ma vogliamo che sia anche capace di gestire una buona strategia della gara (dosare le energie, controllare gli avversari ecc.) e abbia una concezione dello sport improntata a qualche nobiltà di sentire.
Quel “virtuoso” in effetti ci indirizza al primo modo, il più semplice e il più antico, di intendere la virtù: questo modo dice che virtù equivale ad “eccellenza”; virtuoso insomma è colui che fa qualcosa meglio degli altri. C’è dunque una virtù per ogni tipo di azione: c’è il calzolaio virtuoso nella riparazione di una vecchia scarpa e c’è la casalinga virtuosa del soufflé o delle lasagne; c’è la dottoressa virtuosa in fatto di diagnostica dermatologica e c’è il chirurgo virtuoso in fatto di sutura di ferite ecc.
Si capisce, se stiamo solo al concetto di eccellenza, che ci può essere anche l’eccellenza delle azioni riprovevoli: c’è il killer virtuoso e il mafioso virtuoso; uno ammazza in modo presso che infallibile e l’altro è imbattibile nel tenere in piedi una gang temuta e rispettata (si fa per dire). Gli uomini spesso sono affascinati dalla virtù intesa in questo senso semplice e primitivo. Buona parte della cultura dominante è fatta da questo tipo di virtù. Così siamo affascinati dal delinquente scaltro e imprendibile, dal condottiero che ha vinto la sua guerra, pure costata milioni di morti, dal truffatore geniale che non viene mai preso con le mani nel sacco, dal pistolero giustiziere perché è il più svelto di tutti nel premere il grilletto. Buona parte della produzione cinematografica sfrutta oggi, più di ieri, questo cliché. Il successo strepitoso di film come Il Padrino ne è riprova.

Bisogna riconoscere che la nota dell’eccellenza è condizione certamente necessaria, ma non sufficiente a definire la virtù nel senso morale. L’eccellenza infatti dice solo che si sta al di sopra degli altri, ma non dice in che cosa; l’etica invece vuol dire la sua precisamente intorno al che cosa s’ha da fare e che cosa non s’ha da fare; insomma vuole indicare ciò che è buono perché sia scelto dall’azione e che cosa è cattivo perché sia evitato. A questo punto è facile intendere che cosa sono le virtù etiche: sono appunto le forme di eccellenza nelle azioni buone. Se azione buona è mantenere le promesse, virtuoso eticamente è colui che mantiene le promesse nel momento giusto, al modo giusto e per intero. Per far questo però occorre un allenamento piuttosto lungo.
E’ qui è da sfatare un diffuso pregiudizio, che mette insieme la buona azione e l’azione virtuosa. Fare una buona azione è cosa piuttosto comune (e degna di plauso, naturalmente), ma non facile; fare azione virtuosa non è invece cosa comune, però è cosa facile. C’è un certo paradosso in tutto questo, ma il paradosso si scioglie se si pensa che una azione è tanto più facile quanto più è spontanea e d è spontanea quanto più è stata ripetuta.
Ora, una buona azione, isolatamente considerata, può non essere frutto di ripetizione, perciò non di rado ci diventa “costosa” in termini psicologici. Capita ad esempio che si accetti di assistere per un pomeriggio una persona handicappata in modo più o meno grave; ma il costo ci pare molto alto e difficilmente siamo disponibili a rifare subito il gesto di generosità; non così accade ad uno che abbia scelto di assistere queste persone come una sua personale vocazione e si è addestrato in questo compito. Non che non faccia fatica anche lui, ma ne fa meno di chi è stato impegnato occasionalmente in quel compito.

Una esemplificazione può dare una idea più approssimata della importanza della virtù. Camminare è frutto di addestramento; è una virtù, come lo è parlare una certa lingua. All’una e all’altra cosa noi siamo addestrati dai genitori e sin dalla più tenera infanzia. Pensate a quali difficoltà noi dovremmo andare incontro nella vita quotidiana se questo addestramento non l’avessimo mai avuto. Si fa fatica ad immaginarlo quanto al camminare, ma subito la cosa si può realizzare quanto al parlare, solo che ci pensiamo per un momento in un paese di cui non conosciamo la lingua. Restiamo in tal caso come impotenti e paralizzati nell’azione.

Quello che abbiamo detto per l’uso della lingua vale pari pari per l’addestramento virtuoso nella vita morale. La virtù etica infatti ci rende “facile” fare le cose buone ed evitare quelle cattive. E se si tiene a mente che le azioni, a volte ancor più delle parole, sono il tramite della comunicazione con quelli che ci stanno attorno, ci rendiamo subito avvertiti dell’enorme importanza della virtù per vivere bene. Accade insomma che la comunicazione diventa spedita, come quando parliamo con qualcuno usando della nostra lingua madre; viceversa, se la virtù non è stata coltivata, tutte le nostre migliori intenzioni vengono facilmente frustrate; vogliamo comunicare qualcosa, ma finiamo per balbettare cose incomprensibili, proprio come quando siamo costretti ad usare una lingua sconosciuta. Il fraintendimento diventa inevitabile, le persone si infastidiscono e ci piantano in asso dopo un po’.

Abbiamo detto prima che la virtù è l’eccellenza di un certo gesto e che la virtù etica è l’eccellenza dei gesti buoni. Ora, i gesti buoni sono tanti, tantissimi. Un certo ordine tra loro si può fare, apparentandoli. In ogni caso questo vuol dire che la virtù è da noi praticata, quando è praticata, sempre al plurale. Non esiste la virtù, ma esistono sempre le virtù. E noi siamo in effetti virtuosi in alcune cose e non in altre, o comunque non lo siamo in tutte allo stesso modo. Uno, ad esempio è più coraggioso che paziente, un altro è più generoso che gentile, un altro ancora è più schietto e leale che misericordioso ecc.
Ma la pluralità delle virtù non è priva di un suo ordine interno. C’è anche un ordine di importanza tra le virtù. Ciò spiega perché chi possiede le virtù più importanti, solitamente acquista con rapidità quelle meno importanti. Per es. chi ha coltivato la virtù della giustizia, è anche attento e premuroso nei confronti degli altri; chi ha coltivato la virtù della fortezza, è anche capace di lucidità nell’avvertire il pericolo ecc. Dal punto di vista cristiano, poi, chi coltiva la carità si colloca alla radice di tutte le virtù, e quindi dovrebbe possedere una naturale inclinazione a coltivare tutte le altre.

Il problema della virtù non è tanto un problema di discernimento tra azione buona e azione cattiva, quanto un problema di addestramento a ripetere l’azione buona, Detto in altri termini, è una problema di educazione. Inizialmente, infatti, noi ripetiamo il gesto buono, se qualcuno ci aiuta a farlo. Proprio come quando si tratta di imparare a camminare o a parlare: senza i genitori non riusciremmo a venire a capo facilmente e rapidamente dell’una cosa e dell’altra.

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