Fondazione Zoé

La moderna rivoluzione tecnologica sta solo aiutando l’uomo a migliorare la sua vita, oppure nasconde anche qualche rischio di distruggere la sua identità?
Questo interrogativo non sembra di facile soluzione e trova in un racconto di Isaac Asimov – trasformato poi in un pregevole film con l’attore Robin Williams – un utile e suggestivo spunto di riflessione.  Il racconto in questione è “L’uomo bicentenario” (Bicentennial Man), che fu pubblicato per la prima volta nel 1976.
Il film racconta la vita del robot antropomorfo della serie NDR-114, ribattezzato Andrew dalla famiglia che lo ha acquistato. Assunto con finalità di servizio domestico, il robot comincia a conquistare i componenti della famiglia con la sua personalità così simile a quella umana e in modo particolare stringe una sincera amicizia con la Piccola Miss, la figlioletta dei coniugi Martin, che inizialmente lo aveva accolto con grande diffidenza. Sotto la guida del capofamiglia, che lo coinvolge in tutti i momenti più significativi della vita familiare, Andrew comincia a comportarsi da essere umano e a pensare da essere umano, iniziando a dimenticarsi di essere un robot.
 


 

Turbato e al tempo stesso desideroso di compiere la propria metamorfosi definitiva in essere umano, Andrew prende parte a un progetto di ricerca per lo sviluppo di parti di robot del tutto simili a organi umani. Nonostante questo, però, il Congresso Mondiale continua a rifiutargli la possibilità di definirsi in tutto e per tutto ‘essere umano’, ma il robot non demorde e dopo aver vissuto duecento anni, riesce a convincere gli scienziati a sottoporlo ad un’ultima, definitiva miglioria: l’iniezione nei suoi circuiti di sangue umano. Ormai uomo a tutti gli effetti e come tale mortale, alla soglia del duecentesimo anno di età, poco prima di spegnersi, Andrew corona finalmente il suo sogno: viene dichiarato dal Congresso Mondiale ‘uomo bicentenario’, parte integrante a tutti gli effetti del genere umano.


 

Siamo di fronte ad un racconto di fantascienza, partorito dalla fervida immaginazione del maestro indiscusso del genere, Isaac Asimov. Ciononostante, le tematiche sono di stringente attualità. Innegabile la meccanizzazione progressiva e dilagante della nostra società. I computer e l’automazione latu sensu si sono trasformate da semplice supporto a sostanziale pilastro del nostro vivere quotidiano. Non solo. La contemporanea rivoluzione tecnologica sta trasformando la nostra vita e la nostra identità. Accantoniamo per un attimo l’immagine avveniristica del “robot per amico”, che pure non è così lontana nel tempo come potremmo credere (è sufficiente leggere riviste come Scientific American per rendersi conto di quanto la robotica stia facendo passi in avanti talmente rapidi da superare anche le più ottimistiche previsioni). Pensiamo ad un fenomeno molto più attuale e già concreto: l’utilizzo del Web. Nel contesto delle numerose occasioni di interazione che internet mette a disposizione, ciascuno assume attraverso la macchina un’identità che può rispecchiare del tutto quella reale, oppure solamente in parte, oppure ancora discostarsene in modo sostanziale. L’essere umano, in altre parole, affida alla macchina il compito di rappresentare la propria identità, rinunciando, de facto, alla propria. È un po’ il percorso del robot Andrew di Isaac Asimov, però al contrario: la macchina vuole diventare l’uomo, l’essere umano invece si confonde con la macchina. Il robot non riesce più ad accettare la propria anonima serialità e vuole essere un individuo, mentre l’essere umano, schiacciato dal peso di una propria individualità sempre più vuota, aspira ad un vuoto appiattimento.

Può sembrare, apparentemente, che l’argomento sia di stretta pertinenza di una dimensione filosofica speculativa e soltanto teorica, ma non è affatto così, basti pensare alla sempre più ampia corrente del ‘Transumanesimo‘ che sta sviluppandosi in seno ai pensatori, agli scienziati e – fenomeno ancora più significativo – alla stessa gente comune.
Che cos’è, di preciso, il Transumanesimo? L’espressione fu coniata dallo scrittore Aldous Huxley, visionario autore del romanzo “The Brave New World”, dove si immaginava un’umanità totalmente emancipata dai propri limiti e del tutto padrona di sé stessa.
La definizione moderna, però, è stata suggerita da Max More, che intende il transumanesimo come una filosofia finalizzata a costituire una società post-umano, dove l’essere umano è chiamato a superare i propri limiti attraverso la tecnologia e la razionalità, che devono essere messe al servizio della correzione di qualsiasi difetto possa interferire con l’elevazione dell’individuo al di sopra di sé stesso.
Come si traduce, in termini pratici, questa filosofia? Eliminazione dell’invecchiamento, potenziamento delle capacità intellettuali, fisiche e fisiologiche dell’uomo. In altre parole, la medicina, la tecnologia, la scienza protesica, la farmacologia devono essere tutte messe al servizio del solo, unico obiettivo di rendere l’uomo perfetto come una macchina. Ecco che ritorna, sotto spoglie più inquietanti, la visione del racconto di Asimov: la macchina diventa uomo e l’uomo perde la sua identità nella macchina, fino a che non esiste più differenza. I transumanisti, perseguendo questo credo, esaltano la possibilità di applicare l’ingegneria genetica all’embrione umano, sfruttare al massimo le nanotecnologie e le strategie di potenziamento cognitivo.

Perfezionarsi e migliorarsi fino alla perfezione è un imperativo morale, così come l’avvio di un’epoca post-darwinista in cui l’evoluzione non deve essere più contemplata come processo autonomo e naturale, bensì guidata dalla mano dell’uomo e dalla tecnologia. In altre parole, l’uomo dovrebbe aspirare a diventare come una macchina, fondersi con essa e con la sua glaciale perfezione. A pensarci bene, una deriva in tal senso è ravvisabile in molti dei miti di riferimento che la nostra società ci propone: la bellezza inalterabile, l’armonia del corpo, per citare un esempio.
Resta aperto l’interrogativo con cui si è voluta aprire questa riflessione: siamo davvero sicuri che il progresso indiscriminato e la corsa dell’essere umano verso la perfezione siano in grado di portare solo benefici e non nascondano, invece, anche il pericolo per l’individuo di perdere gradualmente la propria identità, fino alla creazione di un’altra identità del tutto artificiale e costruita?


 

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