Fondazione Zoé

Il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti dopo gli incidenti stradali..


Il suicidio si presenta ai nostri occhi (e alle nostre coscienze) come un atto improvviso, irrazionale ed incomprensibile. In realtà è spesso il gesto finale di un percorso lungo e doloroso, al termine del quale la morte è vista come l’unica salvezza, l’unica via d’uscita, o forse il modo per acquistare la serenità a cui si aspira.
Ne parlo perché tra gli adolescenti rappresenta la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali, con un trend peraltro in netto aumento. Spesso alla base vi sono disturbi psicopatologici preesistenti ma non diagnosticati: alcuni studi dicono che nel 70% dei casi vi è una coesistenza di disturbi psichiatrici, i più comuni dei quali sono risultati essere i disturbi di personalità, la depressione e l’uso di sostanze psicoattive. Tuttavia ciò non è sufficiente a comprendere, secondo i nostri standard razionali, la decisione di compiere un atto così drammatico.

L’adolescenza è l’età dei cambiamenti, delle metamorfosi e della prima separazione-differenziazione dalle figure genitoriali, passo indispensabile per la costruzione della propria identità. Ci si confronta con la realtà, si sperimenta la propria personalità nelle scelte quotidiane, si abbandonano le certezze e le dipendenze infantili per fare quello che apparentemente potrebbe sembrare un salto nel buio. In questo momento della vita la personalità è in formazione ed è molto fragile, – diventa difficile tollerare la regolazione degli impulsi, le frustrazioni, i momenti di depressione. La disistima è in agguato, così come la sensazione di vivere in un mondo ostile. E così eventi che in apparenza sembrano banali, come un brutto voto, un litigio con i genitori, una delusione sentimentale assumono un significato traumatico e vengono vissuti dall’adolescente come una prova del proprio valore come persona.
Un altro cambiamento spesso difficile da accettare riguarda il proprio corpo che inizia a rispondere a leggi biologiche fino a quel momento sconosciute, un corpo a cui bisogna imparare ad adattarsi, un corpo che spesso non corrisponde all’idea che ciascuno ha di sé e da cui spesso ci si sente estraniati.

Certamente un ruolo importante è rivestito dalla famiglia. Togliersi la vita è un atto contro se stessi ma anche contro gli altri (spesso in primo luogo i genitori), è l’autodeterminazione del sé, attraverso l’autodistruzione. Sono stati condotti numerosi studi sulle famiglie degli adolescenti suicidi: ciò che è risultato è una minore coesione interna, una minore capacità affettiva, scarsa capacità di comunicare. A questo possiamo aggiungere specifici fattori di stress (lutti, separazione, divorzi), condizioni patologiche croniche (patologie psichiatriche di uno dei familiari, violenze sessuali, abuso di alcol), o condizioni particolari (precedenti suicidi o tentati suicidi di genitori, nonni, fratelli). Anche il contesto socio-culturale nel quale l’adolescente vive ha un ruolo fondamentale: esso esercita una pressione selettiva per cui l’adolescente passa dal sentirsi “dentro” al sentirsi “fuori”, senza sfumature né vie di mezzo tra un opposto e l’altro. Spesso non è il desiderio di morire a portare al suicidio ma il non sapere come vivere. Il suicidio diventa così la via per ritrovare la pace, la quiete oppure un gesto estremo di autodeterminazione, l’ultimo atto di libertà e di realizzazione di sé in un mondo che è visto senza speranze di felicità.

Cosa possiamo fare per prevenire questo gesto così drammatico e sconvolgente?
Dobbiamo ad esempio prestare attenzione ai segnali di disagio più o meno manifesto (umore depresso, calo del rendimento scolastico e sportivo, fantasie di morte, minore interesse e partecipazione nelle attività sociali e di gruppo, atteggiamenti di rassegnazione e perdita di speranza, gesti autolesivi o precedenti tentativi di suicidio, ecc). Dobbiamo imparare ad intervenire a monte, in modo da offrire agli adolescenti attenzione e sostegno.

È importante la sensibilizzazione dei medici di base: si sa infatti che circa l’ 80% dei suicidi si era rivolto al proprio medico o psichiatra nel corso dell’anno. La mancanza di attenzione e di relative adeguata comunicazione rendono inutile questa evidente richiesta di aiuto, troppo spesso si immagina che I ragazzi esagerino la propria fragilità, che sia semplicemente un momento di passaggio difficile, come lo è stato per tutti noi.
Inoltre spesso il medico prescrive farmaci che poi diventeranno il mezzo con cui viene attuato il suicidio. Il medico ha quindi il compito di individuare eventuali segnali, di creare un terreno neutro dentro cui l’adolescente possa parlare senza sentirsi giudicato, di instaurare un rapporto duraturo con il ragazzo e con la famiglia.
Ed occorre pensare ad interventi all’interno delle scuole, per offrire supporto psicologico e accrescere l’autostima, per incoraggiare il superamento delle difficoltà e il senso di responsabilità verso se stessi.
Ed è ancora più importante fornire agli adolescenti modelli di identificazione, valori e significati esistenziali (in primo luogo l’amore per la vita), attuando politiche sociali che favoriscano un sano sviluppo dell’adolescenza ed operino la prevenzione del disagio adolescenziale. L’aumento dei casi di suicidio nei giovani dovrebbe insomma farci riflettere sul fatto che tutto ciò possa essere spia di una grave crisi della società adulta che non sembra più essere in grado di trasmettere il valore della vita e di fornire gli strumenti idonei all’autorealizzazione ed alla socializzazione.

Archivi

Checking...

Ouch! There was a server error.
Retry »

Sending message...

Iscriviti alla Newsletter