Fondazione Zoé

La vacanza e il viaggio sono ricostituenti e terapeutici, ma rispetto a quale “malattia”?

Si sta diffondendo la tendenza a far coincidere la vacanza con la terapia: i centri benessere, le terme, ma anche agriturismi che offrono pace e tranquillità e magari fienoterapia, i fanghi….insomma una pletora di occasioni-vacanza giustificate dal vantaggio di ottenere riposo e benessere. In realtà questa moda diffusa esprime concretamente l’esito finale di una concezione del benessere che ormai si è radicata da un paio di decenni nel “senso comune”.

I dati indicano che anche in fase di recessione e difficoltà economiche alle vacanze non si rinuncia: magari si contraggono o si cerca il last minute, ma non si rinuncia. Intervistando le persone si comprende che della vacanza “non si può fare a meno” perché sono necessarie, perché ne ho bisogno, perché senza di esse salta il mio equilibrio mentale…Come si vede non si tratta di rivendicazione di diritti e neppure primariamente di esigenza di riposo. Si tratta di qualcosa di più: la vacanza  e il viaggio sono ricostituenti e terapeutici: ma rispetto a quale “malattia”?  La malattia sembra essere, sempre seguendo il percorso di senso offerto dagli intervistati, l’alienazione della quotidianità vincolata da riti e doveri, dove non “si è liberi di essere sé stessi”. La vacanza è vissuta come uno spazio libero e aperto, dove scoprire lati nuovi di sé stesso, dove sperimentare emozioni e sensazioni soffocate nella quotidiana realtà del lavoro e del dovere. E allora si cercano momenti di “vacanza”  disseminati nell’arco della giornata: l’happy hour, il week end diventano momenti centrali del proprio vivere, spazi di “respiro” e di sollievo, di gioco e di possibilità aperte.

Ora, mi domando, è possibile che il quotidiano, ciò che ci occupa il 90% del tempo di veglia, possa essere vissuto come non-essere, come oppressione? Sembra un “male di vivere” rispetto a cui si costruisce un ideale di benessere-vacanza alla ricerca di “esperienze stimolanti e meravigliose”…ma non sarebbe più “sano” cercare di vivere un quotidiano soddisfacente, nel lavoro e nei rituali familiari?
 

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