Fondazione Zoé

Non si può vivere di durezza. Non si può vivere, cioè, senza tenerezza.


prof. Carmelo Vigna

Qualche anno fa sembrava tramontata la celebrazione della durezza. Il tipo che si fa strada, costi quel che costi, pareva datato agli anni ottanta, quasi effetto di deriva della temperie trasgressiva sessantottina. Gli anni novanta, con il crollo del marxismo e la fine della guerra fredda, apparivano piuttosto segnati, dopo i primi entusiasmi per la pace ritrovata tra Est ed Ovest, dal compito gravoso, e a tratti depressivo, di rispondere – da parte dei paesi d’Occidente – alle istanze di globalizzazione del benessere, provenienti, stavolta, non solo dal Sud del mondo, ma anche dall’Est. Un Occidente assediato si guardava attorno smarrito, ma ancora un po’ volenteroso… Niente più guerra fredda (contrapposizione dura), ma necessità di soccorrere (cooperazione amicale, cioè una certa qual tenerezza politica).

Gli ultimi anni ci han fatto assistere, purtroppo, al ritorno della durezza, non solo da parte dell’Amministrazione americana, ma anche da parte di alcuni suoi zelanti imitatori in Europa e nel mondo. Il fatidico 11 settembre è ufficialmente entrato nella memoria collettiva e viene assunto a nuovo punto di riferimento. Gli animi si sono inaspriti oltre misura. Tutto sembra permesso pur di annientare l’avversario. Perciò parlare di tenerezza, di questi tempi, sembra faccenda piuttosto difficile e poco alla moda. Quasi una sfida. Di fronte alla minaccia globale del terrorismo, dicono i più, meglio il pugno di ferro. Il quale poi si usa non solo con i terroristi, ma anche con tutti gli extracomunitari, pur quando con il terrorismo non c’entrano nulla.
E così non ci si avvede che la durezza si è intanto radicata nei nostri rapporti quotidiani. Ci si è indurito il cuore. Basti osservare il gioco di certe parti politiche, che della durezza dello scontro senza regole han fatto costume. O basta riflettere su quello che è accaduto in Francia.
Eppure, non si può vivere di durezza. Non si può vivere, cioè, senza tenerezza. Certo, la tenerezza evoca subito rapporti di prossimità, ossia rapporti di intimità. Ma non può e non deve essere ridotta solo a questo. Se ne perderebbe per buona parte il senso. La tenerezza è un gesto che nasce certamente nell’intimità, e prima di tutto nell’intimità della famiglia, ma poi riguarda tutti i rapporti umani, perché si sposa in un modo o nell’altro, con l’amicizia.
Indugiamo sul significato immediato della cosa.

Nel comune sentire, la tenerezza viene di solito coniugata con il femminile. Viceversa, la durezza appartiene, nell’immaginario collettivo, al maschile. Sono stereotipi, d’accordo, ma non sono privi di radici nella esperienza quotidiana. E di queste radici bisogna pur tenere conto. Si fa presto, peraltro, a riferirle, tenerezza e durezza, al corpo della donna e quello dell’uomo. Ma questo cenno può servire solo come punto di partenza, giacché il corpo è non solo un corpo di carne, ma un corpo di simboli, perché è abitato da un’anima che lo informa. Se vogliamo dunque afferrare con qualche ricchezza ciò che il corpo contiene, dobbiamo andare in certo modo al di là del corpo. Anche nel caso della tenerezza, benché essa venga a noi, prima di tutto, come tenerezza della nostra carne.

Tenero si dice, in generale, di ciò che non resiste alla pressione del tatto. Può essere compresso. Ma, proprio perché compresso, resta in tensione (“tenere” e “tendere” sono significati molto vicini).  Invece, duro si dice di ciò che vi resiste. Ma, per traslato, tenero o duro si dice di un atteggiamento, di un ricordo, di un discorso. Come mai? Il fatto è che la non resistenza al tatto – la tenerezza – è un modo secondo cui qualcosa in generale si ritrae, mentre qualcos’altro viene innanzi. Questo gioco ora felice ora crudele dei corpi, e in particolare della carne, simboleggia sensibilmente una modalità di relazione che evidentemente solo sensibile non è: la modalità del dare e del ricevere o del venire innanzi e dell’accogliere da parte di due esseri umani. Si intuisce che dei due movimenti, quello del ritrarsi per accogliere è – nella sua assoluta semplicità – il gesto della tenerezza. Ed è un gesto fondamentale nella vita di ognuno di noi. Diciamo pure ch’esso appartiene all’essenza stessa di un essere umano. E sta, nell’ordine dell’essere, prima del venire innanzi. Un essere umano infatti comincia sempre con il ricevere. Riceve di tutto, a cominciare dalla vita. Riceve un mondo di legami e di affetti, riceve il l’universo intero, e tanto più quanto più egli è piccolo. Riceve, ma restando in tensione. Del resto, non consideriamo forse i bambini e il nostro rapporto con i bambini  come l’incarnazione più completa della tenerezza? E i bambini non sono insieme i più elastici fruitori d’esperienze?
 

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