Fondazione Zoé
Perchè il “tempo e la salute”? Il tempo, inteso ovviamente non come “meteo” ma come esperienza del cambiamento, è un fattore e una variabile da cui non si può prescindere se si vuole capire in che modo funzionano i processi in gioco sia a livello di rischio per la salute, sia a livello di costruzione delle scelte e delle valutazioni che riguardano gli atti medici e le conseguenze.

Circa dieci anni fa cercavo ancora di capire, al di là delle indicazioni delle varie tabelle che istruivano i nuovi ordinamenti delle facoltà italiane di medicina e chirurgia,  cosa e come insegnare utilmente agli studenti di medicina che frequentavano i miei corsi di storia della medicina e bioetica. Mi ero quindi messo a esplorare anche un po’ di letteratura empirica sulle comunicazione medico-paziente, per controllare fino a che punto avessero un senso le tirate retorico-propagandistiche sull’importanza di insegnare neo corsi di medicina le medical humanities (cioè le scienze umane) per migliorare la qualità dei medici; ovvero per garantire loro quel “supplemento d’anima” che mancherebbe nei curricula troppo caratterizzati in senso tecnoscientifico o procedurale. Un giorno, incappai in un articolo che mi illuminò su una parte importante del problema della comunicazione medico-paziente, e mi indusse a cambiare i contenuti e l’approccio del mio insegnamento. Portandomi ovviamente ad acquisire ulteriori informazioni, sempre di natura empirica, sulla validità di altri assunti generali, presi per buoni e che ispirano la filosofia dell’insegnamento medico e influenzano le discussioni pubbliche in relazione al complesso tema dei rapporti tra medico e paziente.
L’articolo in oggetto era stato pubblicato sul Journal of the American Medical Association  il 19 febbraio del 1997 con il titolo Patien-Physician Communication.The Relationship With Malpractice Claims Among primary Physicians and Surgeons. Primo autore, Wendy Lenvinson, allora all’Università di Chicago e oggi al Dipartimento di Medicina dell’Università di Toronto. Tornerò a parlare della Levinson in qualcuno dei prossimi interventi, perché è indiscutibilmente colei che ha più utilmente studiato il rapporto medico-paziente.
Cosa illustrava dunque quel lavoro? Basandosi su registrazioni magnetiche di visite mediche routinarie, la Levinson e collaboratori scoprirono che i medici denunciati per cattiva pratica (malpratice) avevano alcune caratteristiche costanti. In primo luogo eseguivano visite che duravano meno di 15 minuti. Inoltre, tendevano a non dire niente che informasse il paziente su come intendevano condure la visita, non incoraggiavano i pazienti a sviluppare delle loro idee sulla condizione in cui si trovavano e a sottoporre queste loro opinioni in quel contesto, e si preoccupavano di meno di accertarsi che i pazienti avessero capito la diagnosi o le informazioni comunicate. Infine, i medici che denunciati erano anche quelli che dimostravano meno humor e non ridevano durante la visita.

Tra tutti questi fattori che risultavano correlati in modo statisticamente significativo con il rischio, soprattutto per i chirurghi, di essere denunciati dai propri pazienti, quelli che avevano il peso più importante erano il tempo dedicato alla vista e lo humor. Dato non trascurabile, e come dico ai miei studenti da acquisire come utile informazione in vista della propria carriera di medico, la soglia temporale al di sotto della quale scatta l’insoddisfazione per la visita, e quindi il desiderio di farla pagare al medico se esiste qualche appiglio valido a giudizio dell’avvocato a cui magari ci si rivolge è 15 minuti. Ma c’è anche una soglia temporale che può ridurre sensibilmente il rischio in oggetto, soprattutto per i medici internisti. Infatti, al di sopra di 18.3 minuti, magari inframmezzati da qualche barzelletta o risata, praticamente lo studio non registrava denunce.

*Professore ordinario di storia delle medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma. Ha studiato diversi aspetti della storia e della filosofia delle scienze biomediche del Novecento. In particolare, la storia delle immunoscienze e delle neuroscienze, la storia della malaria e della malariologia in Italia, l’evoluzione dei modelli eziologici delle malattie, gli sviluppi della pedagogia medica nel Novecento e gli sviluppi delle istanze etiche e delle controversie etico-politiche in relazione agli avanzamenti conoscitivi e applicativi più recenti della medicina e della ricerca biomedica. E’ condirettore della rivista darwin ed editorialista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore. Tra i libri più recenti che ha pubblicato: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009);  La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis, Bollati Boringhieri, 2008); EBM. Medicina basata sull’evoluzione (Laterza, 2007); Biblioetica (con Pino Donghi e Armando Massarenti, Einaudi, 2006), Storia delle idee di salute e malattia (Carocci, 2004), Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare (Laterza, 1999).

Archivi

Checking...

Ouch! There was a server error.
Retry »

Sending message...

Iscriviti alla Newsletter