Fondazione Zoé
La medicina di genere è una branca recente delle scienze biomediche che ha l’obiettivo di comprendere le differenze derivanti dal genere di appartenenza sotto molteplici aspetti (anatomico, fisiologico, biologico, psicologico, sociale, terapeutico) con la finalità di arrivare a garantire a ciascuno, uomo o donna che sia, il miglior trattamento possibile sulla base delle evidenze scientifiche.

Nei giorni scorsi è stato presentato al Senato  il libro “Farmacologia di genere” di Flavia Franconi, Simona Montilla, e Stefano Vella (168 pagine – SEEd editore con Società italiana di farmacologia). Questo libro  tratta per la prima volta in modo sistematico l’influenza del genere nella risposta ai farmaci appartenenti alle principali categorie farmacologiche. Come sottolinea nella nota introduttiva Daniela Melchiorri, (Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia, Università La Sapienza, Roma) con questo libro si inizia a colmare una lacuna del sapere scientifico e grazie a una migliore conoscenza delle differenze di genere tra gli operatori sanitari ci si potranno attendere approcci terapeutici più appropriati. 

Questo è particolarmente rilevante per le donne che sono le principali consumatrici di farmaci: ne prendono mediamente circa il 40% in più rispetto agli uomini, soprattutto nella fascia di età compresa tra i 15 e i 54 anni.
Eppure, una buona parte dei farmaci è stata autorizzata all’uso terapeutico senza essere stata adeguatamente sperimentata sulla popolazione femminile. Le ragioni di questa esclusione sono molteplici, ma la principale può ricondursi all’intento di evitare il rischio di esporre una donna in età fertile a possibili effetti sconosciuti. Non va inoltre sottaciuto il timore che durante lo studio clinico una donna possa rimanere incinta e che il feto possa riportare delle malformazioni. Il risultato di questa, per certi versi, ragionevole precauzione è che alcune terapie nel sesso femminile possono risultare meno efficaci o, nel peggiore dei casi, più pericolose: va infatti considerato che le donne hanno una maggiore frequenza (quasi il doppio) di reazioni avverse, quegli “effetti collaterali”, spesso non piacevoli e a volte anche gravi, che avvengono nell’organismo ogni qualvolta si assume un medicinale.

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