Fondazione Zoé
18 secondi.  È il tempo che mediamente trascorrerebbe tra il momento in cui il paziente inizia a parlare per illustrare al medico le sue preoccupazioni, e quando il medico lo interrompe, cominciando a porre “domande chiuse” e orientate a focalizzare la propria attenzione su quello che ritiene essere il problema del paziente.

Su questi “18 secondi ” – che come vedremo non sono davvero 18 secondi – si è discusso e scritto tantissimo. Jerome Groopman, medico-scrittore statunitense tra i più apprezzati e letti oltreoceano, ci ha costruito sopra il lancio del suo bel libro: Come pensano i dottori (Mondadori, Milano 2008), insistendo sul concetto che i pazienti vogliono essere ascoltati, ma soprattutto richiamando il fatto che il modo di ragionare utilizzato proprio dai medici che interrompono precocemente il dialogo con il paziente è all’origine degli errori diagnostici. Ma come nascono i “18 secondi”, e quali sviluppi ha avuto la ricerca empirica sui modi e i tempi di inizio dell’intervista medica?

Il dato emergeva da uno studio, condotto nel 1984 da due medici universitari di Detroit, Howard B. Beckman e Richard M. Frankel, che cercava di analizzare il modo in cui il comportamento del medico influenza la raccolta delle informazioni nel corso di una visita condotta a studio. L’articolo di Beckman e Frankel, pubblicato su Annals of Internal Medicine (1984, vol. 101, pp. 692-692) ha in qualche modo un valore storico, perché ha cambiato il modo di guardare al rapporto medico-paziente.
I due medici trovarono che solo nel 23% delle visite da loro studiate, al paziente era consentito di completare la presentazione dei problemi che lo avevano condotto lì. Nel 63% dei casi il medico interrompeva il paziente mediamente dopo 18 secondi, che questi aveva iniziato a parlare. Nel 94% di tutte le interruzioni, era da quel punto che il medico guidava l’intervista, e al paziente non era più consentito di sottoporre ulteriori preoccupazioni. Sempre nel 70% delle interruzioni il medico dava per scontato che il primo problema che compariva nel corso dell’intervista fosse l’unico o il più importante. Dallo studio risultava peraltro che i medici non guadagnavano un gran che di tempo interrompendo il paziente, perché nei casi in cui non venivano interrotti, i pazienti impiegavano meno di 60 secondi a concludere il loro discorso, e mai più di 150 – anche se venivano sollecitati. In media, i pazienti a cui si lasciava completare il discorso iniziale, usavano solo 6 secondi in più, rispetto a quelli che erano stati interrotti.

Quello che emergeva, altresì,  era che siccome generalmente i pazienti avevano più di una preoccupazione, interrompendoli quando compariva il primo elemento di preoccupazione non venivano raccolte tutte le informazioni utili per formulare e testare un’ipotesi diagnostica. In uno studio pubblicato nel 2001 è risultato peraltro che i pazienti che tendono ad avere più di un elemento di preoccupazione per la salute sono i giovani, le donne, e poi le persone di colore, non sposate e con bassi livelli di istruzione. Insomma, questo comportamento medico rischia di giocare un ruolo determinante nella diseguaglianza medico-sanitaria.
Quindici anni dopo, Beckman pubblicava insieme ad altri colleghi su JAMA (1999, vol. 81, n. 33, pp. 284-287) un nuovo studio, intitolato Soliciting the patient’s agenda. Have we improved?, da cui risultava che i medici in realtà interrompono mediamente il discorso d’apertura dei loro pazienti dopo 23.1 secondi.
Lo studio più o meno confermava gli altri valori riscontrati nel 1984, ma soprattutto confermava le conseguenze negative per la diagnosi risultate dal fatto che i medici tendono a non sollecitare i pazienti a fornire più elementi informativi.

Quali sono state le ricadute di queste ricerche? Intanto, hanno creato un’area di studio, di cui si continuerà a parlare in questo spazio, volta a quantificare i parametri temporali e il rapporto tra tempo e contenuti della comunicazione tra medico e paziente, allo scopo di capire come funziona e come si può migliorare il rapporto tra medico e paziente. Inoltre ha prodotto l’elaborazione, da parte di uno dei due medici che effettuarono lo studio nel 1994, cioè Richard Frankel, di un modello di intervista medica che ha riscosso piuttosto successo.
Si tratta del Four Habit Model (http://xnet.kp.org/permanentejournal/fall99pj/habits.pdf), cioè di uno stile o metodologia di condotta dell’intervista medica che è stato per esempio adottato dalla Kaiser Permanente, cioè la più importante organizzazione statunitense di managed care (https://members.kaiserpermanente.org/kpweb/aboutus.do).

*Professore ordinario di storia delle medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma. Ha studiato diversi aspetti della storia e della filosofia delle scienze biomediche del Novecento. In particolare, la storia delle immunoscienze e delle neuroscienze, la storia della malaria e della malariologia in Italia, l’evoluzione dei modelli eziologici delle malattie, gli sviluppi della pedagogia medica nel Novecento e gli sviluppi delle istanze etiche e delle controversie etico-politiche in relazione agli avanzamenti conoscitivi e applicativi più recenti della medicina e della ricerca biomedica. E’ condirettore della rivista darwin ed editorialista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore. Tra i libri più recenti che ha pubblicato: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009);  La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis, Bollati Boringhieri, 2008); EBM. Medicina basata sull’evoluzione (Laterza, 2007); Biblioetica (con Pino Donghi e Armando Massarenti, Einaudi, 2006), Storia delle idee di salute e malattia (Carocci, 2004), Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare (Laterza, 1999).

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