Fondazione Zoé

Caro diario, ho tenuto tutte le ricette accumulate nel corso di un anno, e ho tenuto anche tutti gli appunti che di volta in volta prendevo quando incontravo i medici, quindi nulla di questo capitolo è inventato: prescrizioni di farmaci, incontri coi medici, conversazioni con loro.

 

Nessuno di noi, in fondo, va dal medico con l’obiettivo di sapere la verità. Quando entriamo nell’ambulatorio ci sentiamo a disagio, magari le luci sono un po’ basse e altre persone che non conosciamo sfogliano delle riviste di moda o di automobili, immancabilmente ammassate sopra un tavolino di vetro. Magari c’è anche qualche quotidiano, però di vecchia data. Ci sediamo, diamo un’occhiata distratta e scegliamo il nostro giornale, cominciando anche noi a fare lo stesso. In realtà, nessuno sta davvero leggendo. Magari fa finta di farlo e lo fa talmente bene da convincere non solo gli altri, ma perfino sé stesso di provare davvero qualche forma di interesse per l’articolo che ha davanti. La realtà, però, è un’altra. Ogni paziente sta lì seduto vivendo dentro di sé il film, visto in terza persona, come spettatore, di quello che accadrà oltre quella porta di legno. Ci sentiamo come Dante, davanti alla porta dell’Inferno: spaesati, impauriti, frettolosi di trovare la strada più veloce per andarcene.

Un giorno cominciai ad avere prurito, soprattutto la notte. Io la chiamavo orticaria, però non era orticaria, non c’entrava niente. Ho sempre sentito parlare a Roma di un istituto dermatologico molto famoso. Fin dall’alba ci sono molte persone anche da fuori Roma che arrivano, si prenotano e aspettano.
Medico: “Di cosa è malato?”
Paziente: “Prurito molto forte”.
Medico: “Dovrebbe andare in un posto caldo, al mare. D’inverno la pelle diventa secca e il freddo aumenta questo tipo di sintomo.
Paziente: “Bene”.
Medico: “Allora guardi, io le do: Histamen compresse, un’ora prima di cena; Flantadin, una compressa al mattino per una settimana, mezza compressa, sempre al mattino, per una seconda settimana”.
Prendo tutte le medicine che il medico mi ha prescritto, ma il prurito non passa. Ritorno nello stesso istituto, però quel giorno non c’è il medico che ho incontrato la prima volta
.
 

 

Il medico, dall’altra parte di quella grande scrivania che lo separa da noi, è un po’ come un padre, un sacerdote, una specie di moderno stregone. In fin dei conti lo era davvero, uno stregone, presso le culture dell’antichità. Prima di essere scienziato e di avvicinarsi all’uomo con l’occhio critico e asettico di colui che conosce l’anatomia, la fisiologia, la chimica dell’organismo umano e tutte le sue alterazioni, egli non era altro che un personaggio dedito a riti esoterici e a sortilegi. Così erano visti i medici nelle culture preistoriche. Poi venne Ippocrate, che siamo abituati a considerare il primo vero medico, il padre fondatore di questa disciplina sospesa fra scienza e arte. Dall’antica Grecia sono passate centinaia di anni, ma il nocciolo della questione, pur mutato nell’aspetto, non si discosta molto dalle sue forme primitive che lo stesso Ippocrate aveva enunciato: il paziente siede di fronte al medico e si aspetta una risposta. Lui – il medico – è in quel momento come la Pizia, chiamata ad interpretare la verità, a leggerla, a renderla comprensibile per i mortali che solcano l’Egeo per arrivare da lei a chiedere udienza. Il medico deve dare delle risposte alle domande implicite ed esplicite del paziente. Qual è il male che mi sta divorando? Perché esiste questo male dentro di me? Che cosa devo fare per liberarmene?

Paziente: “Eh, vabbe’, comunque… Ecco: questa è la ricetta che mi aveva dato il suo collega: Histamen, Flantadin … insomma continuo a prendere questi…”
Medico: “No no, lei mi fa delle analisi del sangue: emocromo, ves, poi le prescrivo tutto. E poi le do: Fristamin, una compressa ogni mattina per un mese; Prazene gocce…”
Faccio le analisi del sangue e le analisi sono buone, però il prurito continua, anzi continua ad aumentare. E allora mi ricordo che a Roma si parla sempre di un famoso dermatologo, una specie di principe dei dermatologi. E allora telefono allo studio del principe.

È arrivato il nostro turno. Salutiamo per cortesia il paziente che ci ha preceduto e sta uscendo dallo studio, dopodiché arriva il momento più difficile: varcare la porta. Ci tremano le gambe, è il momento della verità. Ci sediamo dal lato opposto della scrivania e quel tavolo può essere lungo una spanna, oppure un intero chilometro. Tutto dipende dalla persona che abbiamo di fronte.

Paziente: “Buon giorno, per cortesia vorrei un appuntamento con il professore. Come non è possibile prima di tre mesi? E’ una cosa urgente, signorina. Ho un prurito molto forte… Chi è il sostituto? L’assistente del professore? Ah, praticamente vengono mandati da lui i pazienti in eccedenza. Vabbe’, mi dia il telefono del sostituto. 3, 2… Grazie, arrivederci”.

Noi, in fondo, siamo lì per ascoltare. Vogliamo una risposta e il bello è che i medici hanno sempre una risposta. Purtroppo, non sempre è la risposta che vogliamo sentire e allora cominciamo a cercare altri medici e altri ancora, fino a quando non siamo convinti di aver trovato quello giusto, che sa leggere la verità esattamente come la vogliamo noi. Ecco, dunque, che qualcosa si è già rotto nel rapporto fra il paziente e il medico. C’è una forma perversa di devianza che si è insinuata fra questi due soggetti. Il primo vuole solo legittimare la propria convinzione di non avere nulla di grave oppure di essere bisognoso di cure. Il secondo si specchia nelle sue abilità cliniche come Narciso ai bordi di uno stagno. Il primo si chiude in un silenzio diffidente. Il secondo comincia a parlare senza sosta.

Medico: “Sì sì, li conosco e sono dei colleghi in gamba. Però io le do altre cose. Io le do: Anfo 3 per la doccia; poi dopo la doccia deve prendere Idroskin; poi Infloran, una compressa alla mattina a digiuno; poi Atarax, una compressa al mattino e una al pomeriggio.
Sì a me piace molto prendere le medicine e voler credere che mi facciano bene. Però il sostituto era troppo in imbarazzo e anche con la massima buona volontà io non riuscivo a credergli. Quella fu l’unica volta che non andai in farmacia a comprare medicine”.

Poi, dopo un lungo pellegrinaggio di studio in studio, arriva il medico giusto. All’inizio sembra del tutto identico agli altri. Ha un’aria diversa da noi, ma forse è solo il camice bianco che indossa a dargli questa patina ieratica da sacerdote. Eppure ha qualcosa di diverso: non fende il racconto della nostra sofferenza con brevi diagnosi di sufficienza, né interrompe il nostro racconto per soffocarci di domande. È un medico furbo e intelligente, perché ha capito che la diagnosi non deve essere cercata, ma solo letta nel paziente, che gliela porta in dono, purchè lui sia capace di accorgersene.

Mi operano due giorni dopo questa TAC, e il mio amico medico, a cui chiedo di assistere all’operazione, poi mi dirà che il chirurgo, durante l’intervento, guardando in un vetrino un pezzetto che mi avevano appena asportato, aveva detto: “Mi gioco una palla che questo è un linfoma Hodgkin… Due no, ma una sì!”. Aveva ragione.

Alla fine di questa piccola digressione narrativa, possiamo uscire dallo studio del medico e abbandonarci ad una piccola riflessione: impariamo ad essere dei buoni pazienti, senza volere dal medico solo la risposta che desideriamo sentire. Impariamo ad essere buoni medici, capaci di ascoltare il paziente e di imparare da lui, prima di volergli insegnare a tutti i costi qualcosa. E’ quanto ci suggerisce anche il regista Nanni Moretti nel suo famosissimo film “Caro Diario”, da cui sono tratti i dialoghi di questo articolo.

Una cosa però l’ho imparata da tutta questa vicenda, no anzi due. La prima è che i medici sanno parlare, però non sanno ascoltare, e ora sono circondato da tutte le medicine inutili, che ho preso nel corso di un anno. La seconda cosa che ho imparato, è che la mattina prima della colazione, fa bene bere un bicchiere d’acqua. Mi hanno detto che fa molto bene ai reni… mi sembra, o a qualcos’altro, insomma fa bene. Allora, per piacere un latte macchiato e un cornetto, grazie… e anche un bicchiere d’acqua.

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