Fondazione Zoé

L’incontro tra il medico, il paziente e i suoi familiari tende spesso a diventare, dopo anni di pratica clinica, una collaudata routine. Così invece non dovrebbe essere, tanto che molti studiosi della comunicazione in ambito medico consigliano di considerare ogni nuovo incontro col paziente come se fosse il primo: in  altre parole, in una relazione tra persone nulla può essere dato per scontato o definitivamente acquisito.

Le persone in effetti cambiano costantemente: col tempo (cronologico e climatico), con l’umore, le aspettative, la stanchezza, il disagio, la curiosità, la noia… Da una volta all’altra i ricordi e le descrizioni si modificano, nuovi elementi compaiono, altri vengono omessi o dimenticati. Per questo ogni nuova narrazione è diversa dalle precedenti e differente è quindi lo scambio comunicativo, cioè la relazione: ogni volta è davvero una prima volta.
Nel colloquio medico, lo abbiamo detto, risuonano due voci: la voce della medicina, scientifica, razionale, oggettiva, centrata sul percorso diagnostico e terapeutico, e la voce della vita, soggettiva, complessa, spesso caotica, che dà spazio alle convinzioni, alle paure, alle speranze, ai dubbi, alle certezze, alle emozioni, alle relazioni familiari e sociali. Poiché è il medico in quanto professionista a dover gestire e guidare il colloquio in funzione di specifici obiettivi clinici, la voce della medicina tende in genere a prevalere.

Esiste di conseguenza il rischio che l’incontro tra medico e paziente finisca col trasformarsi da dialogo in monologo o tutt’al più in alternanza di monologhi; ma chi sono i due interlocutori?
Da una parte c’è il paziente, cioè come si è detto una persona, e le persone – come in genere le creature viventi – sono strutture molto complesse, ricche di contraddizioni, mutevoli, imprevedibili.
Dall’altra parte c’è il medico: un ruolo prima che una persona, almeno in un contesto professionale, al punto che può se necessario venire sostituito da un collega; i pazienti non sono invece intercambiabili anche nel caso che siano portatori della medesima patologia.
Conseguenza importante: il medico deve fare il medico, il paziente può fare quel che vuole: la deontologia rinchiude il medico nel suo ruolo professionale.
Si finisce col trascurare il fatto che anche il medico è una persona: anche il medico ha una storia personale, ha convinzioni, pregiudizi, valori, certezze, dubbi, paure, emozioni… La formazione professionale e l’esperienza insegnano a mantenere questi aspetti soggettivi sotto controllo, almeno fino a un certo punto, ma si tratta di uno sforzo che alla lunga si paga in termini di benessere. È certo possibile non far trasparire nell’incontro le proprie emozioni ma non si può impedirsi di risonare, positivamente o negativamente, con quelle dell’altro; e d’altra parte se davvero il professionista riuscisse a porre tra sé e l’altro una distanza sufficiente a evitare coinvolgimenti emotivi cancellerebbe di fatto ogni possibilità di relazione… altro che atteggiamento empatico! Ma chi vorrebbe essere un medico così?

È chiaro a questo punto che, se occorre mettere in campo lo strumento narrativo per esplorare il mondo dell’altro, per consentire alla voce della vita di esprimersi, è altrettanto importante che il medico – a cui, lo ricordiamo, spetta la conduzione del colloquio clinico – trovi il tempo e il modo di esplorare col medesimo strumento se stesso in quanto persona: cosa abbastanza controintuitiva perché la pratica clinica invita a investire le proprie energie sul paziente.
Un dialogo però prevede due attori: come si usa dire it takes two to tango

Ecco allora che anche in questo caso lo strumento narrativo rivela tutta la sua utilità. L’identità che ognuno di noi presenta e mostra a se stesso e agli altri è infatti largamente narrativa. Tutti noi facciamo della nostra vita una storia logica e coerente abbastanza lineare, espressa come un logico concatenarsi di cause e di effetti, per cui ciò che siamo, pensiamo, facciamo è il risultato di ciò che siamo stati, delle scelte che abbiamo compiuto, dei percorsi che abbiamo seguito o abbandonato.
La vita però non è fatta così. La vita non è un filo ininterrotto sia pure con qualche groviglio; la vita è un intreccio, un tessuto in cui è impossibile individuare un punto d’inizio e uno svolgimento lineare: il percorso può cominciare da mille diversi punti e muoversi per mille diverse labirintiche strade verso un unico obiettivo; e a ben vedere, anche l’obiettivo si rivela spesso instabile, qualche volta irraggiungibile e può di conseguenza modificarsi nel corso del viaggio.
Il solo modo che conosciamo di descrivere la vita è narrativo ma la vita è ben diversa da un romanzo. Nel racconto della vita l’io narrante è molteplice: ognuno di noi ha infatti numerose diverse identità narrative a seconda dei contesti e delle situazioni, e di conseguenza le narrazioni sono multiple; insomma, più che di “vita” sarebbe corretto parlare di “vite”…  Anche se in genere ci muoviamo lungo percorsi noti e ripetitivi, abbiamo a disposizione altri possibili percorsi, altre possibili vite; il passato, cioè le vite vissute, è un complesso labirintico intreccio di percorsi. Ne segue che muoversi nella propria storia è altrettanto difficile che muoversi nel mondo dell’altro, e mai conosceremo appieno né noi né gli altri.

È tuttavia importante effettuare periodicamente una ricognizione di alcuni tra gli elementi che definiscono la nostra identità. Ci sono cose che non ci piacciono, che rifiutiamo o condanniamo e altre che valutiamo positivamente. Ci sono abitudini, atteggiamenti, scelte che approviamo e altri che riteniamo inaccettabili. Ci sono linee etiche e valori che, per quanto variabili nel tempo, ci guidano nelle nostre scelte di vita e non di rado confliggono tra di loro e con altri valori. Abbiamo interessi e passioni: in ambito sportivo, artistico, politico, letterario… Apprezziamo o meno un certo modo di vestirsi o di pettinarsi; un certo tono della voce o un determinato accento possono infastidirci o invece commuoverci; abbiamo pregiudizi mai posti in discussione e diventati col tempo veri e propri assiomi… Tutti aspetti che nell’incontro con un’altra persona influiscono sulla relazione ma che, centrati come siamo sul ruolo professionale, fluiscono nel colloquio in modo non consapevole e ne determinano lo svolgimento facilitando o ostacolando l’instaurarsi di un valido rapporto terapeutico.

È quindi importante che ogni professionista della cura, a cominciare dal medico, si racconti e ri-racconti la propria storia per fare emergere quegli aspetti soggettivi, individuali che la fanno essere quello che è e agire come agisce. Si tratta di una conquista di consapevolezza che riduce il rischio di attribuire all’altro caratteristiche nate invece nell’immaginario del professionista.
Occorre allenarsi alla narrazione di sé. Come? Le tecniche più efficaci e a disposizione di tutti sono la lettura e la scrittura. Qualsiasi cosa si legga – in questo contesto infatti non è importante che si tratti di una grande opera o di un piacevole romanzo di intrattenimento – presenta aspetti che ci coinvolgono e altri che ci infastidiscono; momenti che ci emozionano, che ci danno un sereno piacere, che ci irritano, che ci annoiano… Se impariamo a soffermarci su questi momenti rilevanti sul piano emotivo e a riflettere su di essi apprenderemo su noi stessi molte cose che spesso ignoravamo.
Scrivere: ecco un’altra attività che si tende a trascurare al di fuori del campo professionale. Eppure scrivere su di noi, sulle nostre emozioni, su quel che ci provoca l’incontro con l’altro, sulle relazioni, spesso ci rivela già dopo poche righe un mondo che pareva scomparso: il mondo di noi in quanto persone e in quanto professionisti coinvolti in una relazione di cura.

* Giorgio Bert, Torino 1933
Medico, specialista in medicina interna e cardiologia, libero docente in semeiotica medica presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Torino. Ha svolto ricerche cliniche in Italia e in Inghilterra. Autore di testi di medicina sociale, di educazione sanitaria, di metodologia didattica e della comunicazione, di medicina narrativa. Ha collaborato e collabora a numerose riviste in ambito sanitario e sociale. È stato consulente per la formazione e l’educazione sanitaria presso la Regione Piemonte e presso diverse ASL del Piemonte; ha diretto collane su salute, medicina e società per gli editori Feltrinelli e EDT.
È tra i fondatori  dell’Istituto di Counselling Sistemico CHANGE (1989) , di cui dirige il dipartimento Comunicazione Counselling Salute (www.counselling.it).
È direttore editoriale delle Edizioni CHANGE di Torino (
www.edizionichange.it)  e direttore responsabile della rivista “La parola e la Cura” dedicata alla comunicazione e al counselling in medicina. Coordina e gestisce corsi, seminari, convegni rivolti a medici e ad altri professionisti della cura in tema di comunicazione e counselling in ambito sanitario e di medicina narrativa; su quest’ultimo argomento ha pubblicato un testo presso Il Pensiero Scientifico Editore (Roma 2007).
È stato fondatore e primo presidente (1988-2003) della Società Italiana di Counselling  Sistemico (SICIS), a sua volta membro fondatore della SICo (Società Italiana di Counseling) e della EAC (European Association for Counselling)Lettore onnivoro e curioso, cinefilo, appassionato di musica e di cultura francese; è tra i fondatori di Slow Food (1989) e di Slow Medicine (2011).

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