Fondazione Zoé

Il tempo evolutivo. Prima di proseguire nella discussione critica delle informazioni scaturite dalla dissezione del processo comunicativo tra il paziente e il medico – un’autopsia condotta ovviamente dai medici anglosassoni, che così soddisfano la loro ormai innata, e abbastanza salutare, attitudine empirista – voglio aprire subito una finestra completamente diversa, da cui si può guardare alle dinamiche comportamentali e relazionali che si attivano quando le persone pensano di avere un problema di salute e cercano aiuto preso qualcuno socialmente riconosciuto come specialista nella soluzione di quel problema. Si tratta di una finestra dalla quale mi affaccerò spesso per osservare i problemi della salute e della sua comunicazione sullo sfondo di un diverso orizzonte temporale.

Credo che ci sia totale accordo sul fatto che gli uomini si ammalavano anche prima che i medici cominciassero a mettere a fuoco empiricamente le malattie. E penso sia ormai patrimonio culturale generalizzato che, se pur i filosofi occidentali dell’antichità e soprattutto gli esponenti della scuola medica ippocratica hanno cominciato a pensare le malattie naturalisticamente e non più “preternaturalisticamente”, per almeno duemila anni i medici non sono stati in grado di studiare e trattare efficacemente le malattie.
Eppure i pazienti si rivolgevano sempre ai medici, e prima ancora si rivolgevano da sempre agli sciamani. La domanda che viene spontanea è: perché nonostante gli sciamani, e per lungo tempo i medici, non avessero mezzi di trattamento efficaci, o usassero mezzi spesso pericolosi (come diversi principi attivi “naturali” o i salassi), le persone che avvertivano un disagio somatico o psicologico si affidavano regolarmente a loro? Perché la selezione naturale o la selezione culturale non hanno eliminato le pratiche sciamaniche e l’empirismo medico se questi erano privi di efficacia, secondo la valutazione sia della medicina sperimentale sia dell’evidence based medicine?

Un’ipotesi esplorata è che proprio il tipo di rapporto che s’instaura tra la persona malata e chi offre aiuto rappresenti un processo che di per se stesso procura dei benefici a chi sta male. Questa tesi, cioè che la relazione tra medico e paziente costituisca di per sé una forma di cura viene difesa da Fabrizio Benedetti, il massimo esperto mondiale di effetti (al plurale) placebo, in un libro intitolato: The patient’s brain. The neuroscience behind the doctor-physician relationship (Oxford University Press, 2010), in corso traduzione per Giovanni Fioriti Editore.

Il libro di Benedetti è, a mio modesto giudizio, uno dei più importanti contributi al pensiero medico che mi sia accaduto di leggere da vent’anni almeno a questa parte. L’autore propone un suo modello originale e comprensivo del rapporto medico-paziente, di cui descrive le basi motivazionali e i comportamenti, ricostruendo quello che avviene nel cervello del paziente, e in quello del medico, in rapporto alle differenti fasi attraverso in cui si sviluppa la relazione. Sarà il caso di tornare a parlarne nei successivi post, perché l’approccio merita di essere fatto circolare il più possibile tra coloro si interessano di salute, e di come comunicare le conoscenze e le esperienze utili per promuoverla.
L’aspetto più originale dell’approccio di Benedetti è l’inquadramento del rapporto medico-paziente in una prospettiva evoluzionistica. Benedetti argomenta che il rapporto medico-paziente si è evoluto come un meccanismo sociale di difesa, a partire dalla cooperazione tra i componenti di un gruppo sociale, che ha favorito l’emergere di figure portate ad aiutare i malati e i disabili. Queste figure sono diventate gli sciamani, verso i quali si sono dirette fiducia, credenze e speranza. Anche se le terapie somministrare dagli sciamani, e dai medici pre-scientifici erano completamente inefficaci, le aspettative di benefici davano luogo a risposte fisiologiche, cioè neurochimiche, capaci di inibire il disagio o la sofferenza.

Se questa ipotesi è fondata, come sembra essere scorrendo l’ingente quantità di prove presentate da Benedetti, si capisce perché i pazienti si aspettino più attenzione ed empatia, ma soprattutto più tempo dedicato dal medico ad ascoltarli o a dialogare.
Il tempo dell’evoluzione, cioè la nostra storia filogenetica, alla fine continua a essere lo sfondo conoscitivo che dà senso a gran parte delle nostre esperienze personali. Incluse quelle che hanno a che vedere con la salute.

*Professore ordinario di storia delle medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma. Ha studiato diversi aspetti della storia e della filosofia delle scienze biomediche del Novecento. In particolare, la storia delle immunoscienze e delle neuroscienze, la storia della malaria e della malariologia in Italia, l’evoluzione dei modelli eziologici delle malattie, gli sviluppi della pedagogia medica nel Novecento e gli sviluppi delle istanze etiche e delle controversie etico-politiche in relazione agli avanzamenti conoscitivi e applicativi più recenti della medicina e della ricerca biomedica. E’ condirettore della rivista darwin ed editorialista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore. Tra i libri più recenti che ha pubblicato: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009);  La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis, Bollati Boringhieri, 2008); EBM. Medicina basata sull’evoluzione (Laterza, 2007); Biblioetica (con Pino Donghi e Armando Massarenti, Einaudi, 2006), Storia delle idee di salute e malattia (Carocci, 2004), Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare (Laterza, 1999).

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