Fondazione Zoé
Mismatch. Sarà già chiaro, agli eventuali lettori di questi interventi, che sto facendo uso con liberalità semantica delle valenze esplicative o illustrative che la variabile “tempo” può assumere in rapporto ai problemi della salute. Ho iniziato parlando del tempo come misura della durata della comunicazione tra il paziente e il medico e paziente, anche a livello della distribuzione degli intervalli, all’interno di quella durata, che vengono allocati per discutere del problema clinico. E abbiamo prove del fatto che la quantità e la qualità del tempo dedicato al paziente conta in funzione della salute.
Quindi sono saltato a un’ipotesi evoluzionistica circa le ragioni per cui la durata dell’interazione tra medico e paziente è importante, nel senso che sono del tutto plausibili le idee di Fabrizio Benedetti circa l’intrinseco valore terapeutico, selezionatosi nel corso dell’evoluzione biologica, del rapporto medico-paziente: e, come sottolinea Benedetti, per motivi non generici, ma perché l’interazione induce cambiamenti fisiologici che producono effetti di lenimento del disturbo.

A questo punto penso sia inevitabile introdurre un altro concetto che ha a che fare con il tempo e la salute. E che viene automaticamente chiamato in causa dall’accenno all’evoluzione biologica e culturale dell’uomo. Si tratta dell’idea di mismatch. Che si può tradurre in italiano con dissonanza, cioè non corrispondenza tra elementi che interagiscono. Il termine ha cominciato a circolare nella letteratura medica negli anni Novanta del secolo scorso, quando alcuni medici e biologi evoluzionisti hanno teorizzato che nella definizione delle cause delle malattie si devono prendere in considerazione non solo quelle prossime, ma anche quelle remote.
Nel senso che le caratteristiche fisiologiche e comportamentali della nostra specie hanno preso forma in un ambiente completamente diverso da quello che sarebbe creato dall’invenzione dell’agricoltura e poi dalla rivoluzione industriale. Nell’ambiente dell’adattamento evolutivo prima del Neolitico, i nostri antenati acquisirono, sotto la pressione della selezione naturale, tratti che  erano funzionali alla sopravvivenza in quel contesto. E ce li hanno tramandati, per il semplice fatto che noi siamo i discendenti di coloro che sono sopravvissuti e hanno lasciato una progenie.

Come viene efficacemente illustrato da due ricercatori, Mark Hanson e Paul Gluckmann, in un libro che si intitolato appunto Mismatch (Oxford University Press, Londra, 2006) le preferenze e le predisposizioni acquisite in un tempo evolutivo durato circa un milione e mezzo di anni, che consentirono ai nostri antenati di sopravvivere nella savana pleistocenica, possono facilmente essere dei fattori causali di malattie in ambienti completamente diversi. Gli esempi più clamorosi riguardano l’incremento drammatico dei disturbi metabolici, come il diabete e l’obesità, in cui entrano in gioco le nostre innate preferenze per cibi a elevato contenuto di calorie, che nell’ambiente dell’adattamento evolutivo erano rarissimi. Anche per le malattie cardiovascolari, i tumori, le malattie respiratorie, le malattie infettive e quelle autoimmuni e allergiche, e per quanto riguarda i disturbi del comportamento si può e si dovrebbe ragionare in termini di mismatch.
Gli esempi sono numerosissimi e nei prossimi interventi se ne prenderanno in esame alcuni che consentono di illustrare perché sarebbe utile nell’impostazione dei ragionamenti medici, sia a livello di una ricerca delle spiegazioni sia sul piano clinico, tener conto del fatto che il paziente con i suoi problemi contiene una storia biologica, da cui non si dovrebbe prescindere per ragioni sia di coerenza epistemologica sia di migliore efficacia clinica. La dimensione storico-evolutiva dovrebbe essere tenuta presente anche nel prevedere le conseguenze delle strategie sanitarie e nella comunicazione delle informazioni al largo pubblico.

Infatti, nella comunicazione relativa ai problemi medico-sanitari prevale la tendenza a concentrarsi solo sulle cause prossime, fattori di rischio immediati, creando l’aspettativa di soluzioni definitive dei problemi. Problemi che, in realtà, rimangono sempre aperti. Perché il “tempo profondo” (deep time) dell’evoluzione e le cosiddette life histories, cioè i vincoli imposti alle scelte dai tempi dello sviluppo individuale che a loro volta sono stati plasmati dalla selezione naturale in contesti del tutto diversi, predefiniscono non solo i rischi individuali di malattia e lo spazio di intervento medico e di risposta del paziente. Ma anche le condizioni all’interno delle quali si possono progettare e conquistare gli obiettivi individuali e collettivi di salute.

*Professore ordinario di storia delle medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma. Ha studiato diversi aspetti della storia e della filosofia delle scienze biomediche del Novecento. In particolare, la storia delle immunoscienze e delle neuroscienze, la storia della malaria e della malariologia in Italia, l’evoluzione dei modelli eziologici delle malattie, gli sviluppi della pedagogia medica nel Novecento e gli sviluppi delle istanze etiche e delle controversie etico-politiche in relazione agli avanzamenti conoscitivi e applicativi più recenti della medicina e della ricerca biomedica. E’ condirettore della rivista darwin ed editorialista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore. Tra i libri più recenti che ha pubblicato: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009);  La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis, Bollati Boringhieri, 2008); EBM. Medicina basata sull’evoluzione (Laterza, 2007); Biblioetica (con Pino Donghi e Armando Massarenti, Einaudi, 2006), Storia delle idee di salute e malattia (Carocci, 2004), Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare (Laterza, 1999).

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