Fondazione Zoé

Ospedali, medici e malattie sono soggetti cui il cinema e la televisione hanno da sempre dedicato grandissimo interesse. Le forme e i contorni con cui vengono però dipinte le vicende del mondo sanitario hanno subito, nel corso del primo secolo di storia del cinema, dei mutamenti a dir poco radicali. Il primo esempio di fiction a sfondo sanitario è rappresentato dal film del grande maestro americano David Griffith, “The Country Doctor” (1909), girato in un’epoca – il primo novecento – segnata da scoperte epocali per la medicina, soprattutto nel campo della fisiologia umana. Nasce così la figura del medico pioniere del progresso umano verso l’immortalità e la vittoria contro le malattie peggiori, idea avvalorata dallo sviluppo galoppante della famarcologia nel primo trentennio del secolo, con il consolidamento e la diffusione su scala mondiale degli antibiotici, che debellano – almeno in una parte del mondo – quelle malattie infettive che fino ad allora rappresentavano una delle principali cause di morte per tutta la popolazione.
 
 

 
Country Doctor” di David Griffith

Eppure la classe medica non viene guardata solo con ammirazione, almeno dai grandi registi dell’epoca d’oro del cinema. E’ di King Vidor, con il film “La Cittadella” (1938), il merito di puntare per la prima volta l’obiettivo sulla dimensione umana e tormentata del professionista della salute, incarnato dal dottor Andrew Manson, che nasce come curante di campagna, votato all’assistenza dei poveri operai di una miniera nel cuore desolato del Galles, fino a quando la grande occasione della vita lo porta a diventare medico a Londra. Giunto nella capitale, il suo cammino è costellato di successi professionali, soldi e prestigio. Ma il demone della ricchezza lo spinge a voltare le spalle verso quegli ideali che lo avevano forgiato ed è proprio questo comportamento che allontana da lui la moglie, gli amici e tutto il suo vecchio mondo. Solo una tragedia lo riporterà con i piedi per terra, mettendolo di fronte a ciò che è diventato: un medico avido e attento più al denaro che ai pazienti.

 

 
“The Citadel”, di King Vidor

L’Andrew Manson di King Vidor resterà per molto tempo una mosca bianca nel panorama del cinema mondiale, unico esempio (fino agli anni ’60) di medico tormentato e dalla dimensione contrastata e bivalente, in perenne equilibrio fra bene e male. Da un lato il desiderio umanitario che una volta estremizzato si può trasformare in delirio di onnipotenza. A dire il vero, l’idea non è del tutto originale se pensiamo al “Diabolico Dottor Mabuse” dell’espressionista tedesco Fritz Lang o al “Frankenstein” di John Whale, pellicole cronologicamente antecedenti a quella di Vidor ma relegate a costituire un genere di nicchia a sé stante, bollato come cinema dell’orrore, dove la figura del medico non viene vista in quanto tale ma solo contestualizzata nella globalità della storia.
Come già accennato, fino agli anni ’60 il medico può godere di un ampio credito presso il pubblico cinematografico. Da “Nessuno resta solo” di Stanley Kramer, dove la figura del protagonista dottor Marsh è dipinta forse con toni anche fin troppo stucchevoli e idealizzati, passando per “Missione in Manciuria” di John Ford, dove la dottoressa su cui si fonda il copione arriva a sacrificare la propria vita per salvarne altre. Resta ben solido, in questi anni di netta contrapposizione fra Est e Ovest, comunismo e capitalismo, il bisogno di valori certi e inattaccabili, modelli di virtù cui potersi ispirare. Quale figura migliore, se non quella del medico che dedica la propria esistenza alla cura dei bisognosi e dei malati?
 

 
“Nessuno resta solo”, di Stanley Kramer

Eppure, qualcosa inizia ad incrinarsi. Non è solo il rapporto medico-paziente ad entrare in crisi, ma è l’intero sistema di valori del mondo occidentale che viene messo a dura prova dalle ondate di contestazione e dagli eventi storici che animano gli anni sessanta e settanta. Due film italiani sono emblematici di questa crescente sfiducia verso il medico, visto sempre di più come un burocrate avido e impegnato a speculare sulla salute della povera gente per raggiungere uno status economico e sociale di privilegio. I due film a cui si fa riferimento vedono entrambi Alberto Sordi come protagonista, nei panni del famosissimo Dott. Guido Tersilli, dapprima impegnato quale medico neolaureato ad accaparrarsi il maggior numero possibile di clienti, rubandoli ai colleghi con i mezzi più sleali, fino ad imbastire un ambulatorio simile alle catene di montaggio dei più famosi film di Chaplin, dove i malati vengono visitati in meno di trenta secondi netti. Nel secondo film, invece, il medico faccendiere si trova a gestire il ruolo di primario della clinica “Villa Celeste”, emblema dell’ospedalità privata italiana degli anni ’70, votata al guadagno e non sempre in modo limpido. Ma la crisi della figura del medico non sempre viene letta con occhio ironico e satirico dal cinema, arrivando ad essere dipinta con tinte sadiche e francamente patologiche dal regista Arthur Miller, nel suo film “The Hospital” del 1971, dove il sapere medico viene usato non per curare ma per elaborare un modo fantasioso per far passare un suicidio come morte accidentale e incassare così i soldi di una polizza sulla vita.
Privi di ogni intento umoristico, anche se macabro, sono invece i film a sfondo medico dell’epoca moderna. Il paziente si è liberato di ogni forma di reverenza verso il medico e la critica si fa feroce, spietata. Chi sono i medici di oggi, secondo il cinema? Persone distaccate, insensibili alla sofferenza umana, dei meri burattinai che trascinano il paziente da un esame strumentale all’altro, spesso senza rendersi conto di avere di fronte un essere umano, che trattano come un numero o come una diagnosi priva di identità ed individualità. Un titolo su tutti, per capire l’argomento di cui si sta parlando: “Un medico, un uomo”, di Randa Hainmes. È la storia del giovane e brillante medico Jack MacKee, tanto capace nel padroneggiare i virtuosismi della scienza medica quanto asettico e inconcludente nel gestire il rapporto con i propri pazienti. Di fronte alla diagnosi di un tumore, sarà lui a sperimentare sulla propria pelle quella gelida indifferenza che per anni ha somministrato insieme alle terapie e l’esperienza gli servirà a ricordarsi di essere anche un uomo, oltre che un medico.
 
 

 
“Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste
convenzionata con le mutue”, di Luciano Salce

Il capitolo “medico nel cinema” non si esaurisce certo con questa brevissima carrellata di titoli e riflessioni. Decine sono i possibili esempi di film o telefilm (anche di recentissima produzione) che pongono la medicina al centro di un’analisi profonda e spesso fortemente critica, a dimostrazione del fatto che la settima arte non è mai indifferente rispetto ai cambiamenti della società, specie in un settore tanto delicato quanto il rapporto fra l’essere umano, la malattia e la morte.

Archivi

Checking...

Ouch! There was a server error.
Retry »

Sending message...

Iscriviti alla Newsletter