Fondazione Zoé
“It’s about time”. È una questione di tempo. Con questo titolo Wendy Lenvinson e Philip A. Rizzo, sono tornati nel maggio scorso su JAMA (4 maggio, 2011, vol. 305, n. 17, pp. 1082-1083) a ribadire che il tempo è la variabile che più di qualunque altra influenza la qualità della comunicazione tra medico e paziente. Ergo la qualità della cura e dei risultati, dato che i difetti della comunicazione sono associati agli errori medici e all’insoddisfazione dei pazienti.

Il commentary, apparso su sulla prestigiosa rivista associazione dei medici americani, di fatto riprendeva i contenuti di un articolo più lungo, pubblicato a luglio dell’anno scorso su Health Affairs (2010, vol. 29, n. 7, pp. 1310-1318). La tesi di partenza è quella portata avanti da oltre un decennio da Wendy Levinson, influente internista canadese che ha fondato il settore dello studio empirico della comunicazione tra medico e paziente, per la quale il presupposto di una buona comunicazione è l'”ascolto attivo” del paziente. Un genere di ascolto che richiede tempo. Mentre, nonostante i medici sostengano, quando intervistati, di desiderare di passare più tempo con il paziente, una serie di perversi incentivi hanno creato una figura di medico che persegue un tipo di efficienza e produttività misurate quantitativamente piuttosto che qualitativamente, cioè col numero di pazienti visitati nelle unità di tempo.

Levinson e Pizzo rilevano anche un fatto singolare nel processo di formazione dei medici nelle scuole di medicina nordamericane. Proprio per migliorarne le qualità umane, agli studenti, durante gli anni di formazione preclinica, vengono fornite nozioni e dimostrazioni riguardanti le tecniche di comunicazione, e vengono valutati, in contesti simulati, per le capacità di condurre un esame fisico e comunicare con il paziente. Tuttavia, quando diventano interni nelle cliniche, la loro capacità di comunicare peggiora, piuttosto che migliorare. Questo accade perché, a parte alcuni settori come quello delle cure palliative e della medicina di famiglia, nessun programma per gli internisti prevede un’attività di formazione specifica per la comunicazione. Ed è proprio l’impegno gravoso dei clinici, che devono economizzare il tempo, che da un lato non consente un insegnamento e una supervisione dedicati a migliorare le capacità comunicative, e dall’altro fornisce allo studente un esempio negativo su cui modellare il proprio stile di comportamento, e quindi di comunicazione con il paziente.

La comunicazione medico-paziente è un valore importante, non solo sul piano relazionale. Ma anche da un punto di vista economico. Infatti, non sembra che le strategie finora usate dalla medicina difensiva, cioè l’aumento delle prescrizioni di test, a parte far lievitare i costi, abbiano ridotto le cause legali intentate contro i medici. Viene suggerito di adottare a una strategie diversa per contrastare le cause legali: passare più tempo con il paziente. Che proprio dagli studi della Levinson sembrerebbe una variabile che, influenzando la soddisfazione del paziente, riduce il rischio di denunce.

Levison e Pizzo propongono che tutti i centri che forniscono servizi medici valutino metricamente i medici per quanto riguarda la qualità della comunicazione con il paziente, e coloro i quali risultassero carenti dovrebbero essere invitati, dovrebbero essere indotti, attraverso opportuni incentivi, a partecipare a programmi formativi intensivi per migliorare la capacità comunicative. Le scuole mediche dovrebbe a loro volta incrementare l’insegnamento delle capacità comunicative agli interni, avvalendosi anche dell’aiuto dei pazienti e delle loro famiglie, che potrebbero fornire indicazioni su fattori critici della comunicazione.

Infine, a livello politico, vengono invitati i medici più influenti a ripensare il sistema di rimborso, che oggi incentiva a visitare il numero più alto possibile di pazienti, con la conseguenza di ridurre il tempo che il medico può dedicare a ognuno. I medici potrebbero chiedere un rimborso che incorpori, quale componente del pagamento, il feedback da parte dei pazienti, allo stesso modo in cui si valuta quantitativamente, e si pesa economicamente, la qualità clinica delle prestazioni.


* Professore ordinario di storia delle medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma. Ha studiato diversi aspetti della storia e della filosofia delle scienze biomediche del Novecento. In particolare, la storia delle immunoscienze e delle neuroscienze, la storia della malaria e della malariologia in Italia, l’evoluzione dei modelli eziologici delle malattie, gli sviluppi della pedagogia medica nel Novecento e gli sviluppi delle istanze etiche e delle controversie etico-politiche in relazione agli avanzamenti conoscitivi e applicativi più recenti della medicina e della ricerca biomedica. E’ condirettore della rivista darwin ed editorialista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore. Tra i libri più recenti che ha pubblicato: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009);  La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis, Bollati Boringhieri, 2008); EBM. Medicina basata sull’evoluzione (Laterza, 2007); Biblioetica (con Pino Donghi e Armando Massarenti, Einaudi, 2006), Storia delle idee di salute e malattia (Carocci, 2004), Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare (Laterza, 1999).

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