Fondazione Zoé
Vivere è un diritto oppure un dovere? Sembra una domanda provocatoria ed assurda, ma a conti fatti non lo è. Se prestiamo attenzione alla cronaca quotidiana sono sempre più numerosi i casi in cui un malato affetto da gravissime patologie invalidanti si appella alle autorità politiche, affinché gli venga riconosciuto il diritto di morire. Dunque, se esiste un diritto di morire, che spesso viene negato, è lecito dedurre che la vita non debba più essere considerata come un diritto a sua volta, bensì come un dovere imposto dai costumi sociali e religiosi della nostra società? 
Il tema è assai delicato e tocca le corde più intime del nostro modo di essere, perché in fondo ci riguarda tutti da vicino, quali esseri umani che condividono, a prescindere dalle convinzioni individuali, il bene della vita. Appare suggestivo richiamare, proprio su questo tema spinoso e difficile, una riflessione assai profonda fornita dal regista iraniano Abbas Kiarostami nel suo film “Il sapore della ciliegia”.

Un uomo, Badii, vaga da solo in auto per la periferia di Theran, alla ricerca di qualcuno che lo aiuti nel suo progetto di suicidarsi. È deciso a farla finita con la vita, anche se non ci è dato sapere per quale motivo. Possiamo solo vedere con i nostri occhi che è lucido, sereno, determinato, per nulla sconvolto da passioni e turbamenti. Quasi ci disturba, perché la sua scelta ci appare incomprensibile: non è malato (o almeno non ci viene detto), non ha apparentemente un motivo vero e proprio per suicidarsi. Eppure la sua decisione è presa e si tratta solo di trovare qualcuno che gli dia sepoltura, dopo la morte. Incontra un soldato giovane, una recluta, che di fronte a questa bizzarra richiesta, fugge via spaventato. Poi è il turno di un religioso, un allievo della scuola cranica, che forte del proprio sentimento religioso cerca di convincere Badii che la vita è un bene sacro, un bene che viene da Dio e che l’uomo può soltanto custodire, non distruggere. Alla fine incontra l’anziano Bagheri, custode del museo di storia naturale all’università. Il vecchio si dice disposto ad aiutare Badii, ma mentre i due vagano sulle colline intorno alla città, Bagheri prova a spiegare al suo compagno di viaggio i motivi per cui egli stesso, tentato dal suicidio, aveva rinunciato, anni prima:

“Permettimi di raccontare…era l’inizio del mio matrimonio, avevo passato tanti di quei guai, di tutti i tipi, ero esausto che ho deciso di farla finita, di liberarmi di questi problemi…la mattina presto mi sono alzato, ho preso la corda e l’ho messa dietro la macchina, per andare a farla finita per sempre, per andare a suicidarmi. E sono andato, ero dalle parti di…nel ’60. C’era una piantagione di gelsi, vicino alla nostra casa, era buio. Ho gettato la corda ma ogni volta non si agganciava. Ho tirato una volta, niente. Una seconda, niente. Alla terza sono salito sull’albero, sono salito e l’ho legata. Ho sentito qualcosa sotto la mano, era un gelso. Dei gelsi. Dolcissimi, il primo l’ho mangiato, ho mangiato pure il secondo. E poi ho mangiato anche il terzo. A un certo punto ho visto il cielo che si stava schiarendo, il sole era sorto…che bel sole, che vista, quanto verde…a quel punto ho sentito le voci dei ragazzi, che andavano a scuola…avevano visto che io mangiavo i gelsi e hanno detto: ‘scuoti l’albero!’, io ho scosso il ramo e loro hanno mangiato, loro mangiavano e io ero contento. Poi ho scelto un po’ di gelsi, li ho chiusi in una foglia e mi sono presentato a casa con quel regalo. Mia moglie non si era ancora alzata. Ne ho dati un po’ anche a lei. Anche lei li ha mangiati, anche lei li ha gustati. Ero andato per suicidarmi e sono tornato con i gelsi. Hai capito? Mi ha salvato un gelso…il mio pensiero è cambiato, niente si era risolto, però il mio pensiero è cambiato, ho cambiato umore”.

Al di là del lirismo racchiuso nelle parole di Bagheri, sembra interessante analizzare lo smarrimento del protagonista, che non riesce a capire la ragione per cui un semplice gelso possa aver fatto cambiare idea ad un uomo deciso a porre fine alla propria vita. Il film gioca sulla demolizione delle certezze, sia in positivo che in negativo: il religioso e il soldato sono convinti che mettere fine alla propria vita sia assurdo e scappano via di fronte a Badii. Lo stesso Badii è convinto che la vita non abbia più alcuna attrattiva per lui e quando scopre che un altro uomo, animato dalle sue stesse convinzioni, si è lasciato deviare nel proposito di morire solo dal sapore di una ciliegia, entra in crisi. E difatti si lascia andare a qualche ripensamento:

“Se però tu vedi che io respiro ancora e che non mi sono suicidato…non mi coprire di terra…hai capito? Non mi devi coprire, perché vuol dire che non mi sono suicidato…”

 
La certezza di morire è diventata dunque possibilità di vivere. Oltre all’analisi esistenziale dell’equilibrio fra vita e morte che il regista si propone di fare, restano aperti interrogativi interessanti su quale sia, nella nostra società, il valore che diamo alla vita e quello che diamo alla morte. Pare che la vita sia, a prescindere, un bene irrinunciabile, al punto di diventare quasi “dovere di vivere”. La morte, sul versante opposto, è un disvalore da esorcizzare e scongiurare a tutti i costi. Quasi eclissato, oggi, il concetto di “accanimento terapeutico”, che si oppone all’astensionismo terapeutico tacciato di essere una forma edulcorata di eutanasia. Il problema, però, non viene mai posto sul valore che la vita ha per il singolo, ma su una sorta di coscienza collettiva che ha il potere di intromettersi nella dignità dell’individuo, imponendogli una decisione, piuttosto che un’altra. Bagheri, se prestiamo attenzione al ‘monologo del gelso’, non dice mai: “Non devi suicidarti”, ma dice: “Lascia che ti spieghi come ho fatto io a riscoprire il valore della vita”. Per lui il valore della vita si è manifestato nel sapore di una ciliegia e tanto è bastato per insinuare il dubbio nel cuore di Badii, che non è più così risoluto nella sua volontà di uccidersi. L’insegnamento in cui sta racchiusa la poesia di questo film è che la vita è un bene prima di tutto personale, una sorta di universo all’interno del quale ciascuno proietta sé stesso valorizzando alcuni aspetti piuttosto che altri. Data questa premessa, come possiamo accettare che sia una coscienza collettiva ad imporre i parametri di valutazione per definire la qualità della vita, scavalcando spesso la volontà del singolo nei confronti della sua esistenza, come talvolta avviene in relazione al rifiuto terapeutico opposto da un malato verso trattamenti proposti dai medici? Tali atteggiamenti non rischiano di ridurre la vita da diritto a mero e semplice dovere? Come nel finale ambiguo del film, ciascuno deve dare la sua risposta.
 

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