Fondazione Zoé
Hailsham è il posto dove ciascuno di noi vorrebbe far studiare i propri figli. Un istituto immerso nella campagna inglese, dotato di insegnanti qualificati, attività ricreative in abbondanza, persino una galleria d’arte dove vengono esposti i lavori creati dagli studenti, in una sorta di “museo permanente” della scuola. Come afferma la direttrice in uno dei discorsi che aprono il film “Never Let Me Go“, tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, “gli studenti di Hailsham sono speciali, non sono come gli altri”. Già, perché non si tratta di veri esseri umani ma di cloni, creati in provetta per essere cresciuti secondo le regole più ferree dell’igiene alimentare e sanitaria, affinché raggiungano perfettamente sani l’età adulta, quando diventeranno dei serbatoi viventi di organi destinati al trapianto. Gli studenti del college, però, non sanno niente del loro destino, almeno fino all’adolescenza. Crescono come bambini normali, giocano, studiano, si innamorano e litigano, come qualsiasi altro essere umano. Poi, un giorno, gli viene spiegato che loro potranno diventare ‘donatori’ oppure ‘assistenti’, cioè persone che affiancano i donatori nel loro percorso verso la morte, o meglio il “completamento”, termine che serve per indicare l’epilogo inevitabile della  breve esistenza di queste creature. “Qualcuno muore già dopo la prima donazione”, alcuni invece “arrivano fino alla terza”. Come dice loro una delle insegnanti: “I bambini nascono, poi diventano grandi. Alcuni fanno gli autisti, altri gli sportivi, altri i medici o gli avvocati. Nessuno di voi avrà questa possibilità. Voi non diventerete niente di tutto questo, perché la vostra vita è già stata decisa da qualcun altro, che ha scelto per voi. Diventerete adulti e donerete i vostri organi a persone malate. Poi morirete”.

Ma chi sono i donatori? Davvero sono solo dei “contenitori di organi destinati al trapianto”, oppure sono degli esseri umani in tutto e per tutto, depositari di quella dignità inalienabile e di diritti che vengono loro negati in nome di un pragmatico, agghiacciante tentativo di dare soluzione al problema della cronica penuria di organi a disposizione per il trapianto? Si afferma nel film: “L’idea della galleria d’arte serviva proprio a questo – dice Madame, una delle insegnanti di Hailsham, molti anni dopo la chiusura del college – dimostrare che anche voi siete capaci di provare emozioni, di pensare, di avere una creatività. Purtroppo non ci hanno ascoltati, era troppo pericoloso. Nessuno era disposto a tornare indietro, nel progetto sui donatori”.

L’opera di Ishiguro, ritenuta dal Times il miglior romanzo in lingua inglese del 2005 e inserita nella lista dei 100 migliori romanzi del secolo,  accende i riflettori su due problemi di interesse bioetico. Il primo è un problema ipotetico e futuro: la dimensione etica del clone umano. Il secondo, invece, è un problema di stringente attualità: il difficile bilanciamento fra il bisogno di organi e la loro effettiva disponibilità, di numero costantemente inferiore alle necessità terapeutiche effettive. 

Sulla prima questione, il dibattito della comunità scientifica si sta accendendo proprio in questi anni, da quando numerosi laboratori sparsi per il mondo hanno annunciato – con margine di veridicità assai variabile – la possibilità di clonare l’embrione umano. Fino ad ora la condanna di questa ipotetica possibilità è stata pressoché unanime, ma è ragionevole pensare che la deriva futura delle bioscienze sia quella di spingere il confine del ‘lecito’ allo stesso grado di quello del ‘possibile’.

Sull’altro fronte, quello dei trapianti, la finzione letteraria e cinematografica di Ishiguro in realtà trova qualche similitudine concreta già oggi. Siamo a Chesterfield, in Inghilterra. Charlie Whitaker è un bambino affetto da una gravissima forma di anemia (l’anemia di Blackfan-Diamond), che lo sta rapidamente conducendo a morte. La sola speranza per Charlie è quella di un trapianto, ma si deve trovare un donatore che sia esattamente compatibile con lui, per poter avere speranze di successo. Ecco che allora i genitori prendono una decisione drastica: far nascere un altro figlio mediante fecondazione in vitro, selezionato con le caratteristiche necessarie per poter salvare Charlie. Nel Regno Unito, però, la selezione degli embrioni è vietata, così i coniugi Whitaker sono costretti a volare negli Stati Uniti d’America, dove nasce James, quello che la stampa ha definito un “designed baby”, cioè un bambino concepito in vitro, creato a tavolino. Il trapianto ha luogo e Charlie guarisce, potendo così proseguire la sua vita insieme al fratello James e ai genitori. L’episodio ha scatenato un dibattito feroce. Analizzando il caso, si trovano però stringenti analogie con la trama del libro di Ishiguro. James oggi vive la sua vita ed è amato dai suoi genitori come un figlio normale, ma quale sarebbe stato il suo destino, se invece di nascere in una famiglia, fosse stato il prodotto di un calcolo di laboratorio, finalizzato ad ottenere il medesimo scopo, cioè la cura di un individuo malato? E’ questo l’interrogativo che si pone l’autore giapponese nel suo libro “Non Lasciarmi” ed è un interrogativo che presto o tardi dovrà trovare una risposta, perché il futuro della finzione letteraria non è poi così lontano da noi, come dimostra il caso dei fratelli Whitaker.  

 

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