Fondazione Zoé
Daisy a causa di un incidente avuto con la propria automobile sul vialetto di fronte a casa viene considerata, da parte del figlio, incapace di badare a sè stessa. Per correre ai ripari ed evitare che la donna possa diventare un pericolo per sè stessa o per altri, l’uomo decide di assumere un autista tuttofare che assista l’anziana signora nelle sue piccole commissioni in città. Si tratta di una imposizione, non di una scelta, tanto che i primi tempi sono duri per il povero Morgan Freeman, costretto ad incassare la tagliente maleducazione di una donna che non accetta di essere considerata ormai bisognosa di aiuto. Il film, che nasce con aspettative e finalità di tutt’altro genere, si mostra però come una interessante fotografia di ciò che realmente significa essere fragili ed invecchiare. Una scena che mi ha colpito molto in questo senso è quella in cui due poliziotti bianchi dell’Alabama fermano l’auto guidata da Freeman, uomo di colore, mostrandosi scontrosi e indisponenti per via di un sostanziale razzismo di fondo. Quando il controllo dei documenti non rivela niente di irregolare e l’auto riprende il suo viaggio, si sente la voce di uno dei due agenti che dice: “Un vecchio nero e una vecchia ebrea che se ne vanno in giro in macchina…adesso le ho viste proprio tutte”. Colpisce il fatto che due anziani possano avere la volontà di compiere un viaggio da soli. A volte colpisce anche il solo fatto che una persona anziana faccia dei progetti che vadano appena oltre la routine quotidiana. Il modo comune di pensare la vecchiaia e l’invecchiamento è permeato da paura, timore, ritiro in sè stessi e rassegnazione. Daisy è l’esempio di come invece può esistere un modo di essere anziani che prevede l’impegno, il dinamismo e perfino una progettualità, riscoperta però – e questo è il paradosso che rende la pellicola interessante – solo nel momento in cui la volontà (pur sempre protettiva e benevola) del figlio era proprio quella opposta, cioè spingere la madre ad accettare lo scorrere del tempo, abbandonando tutti i suoi desideri di autonomia, per cedere con rassegnazione alla propria fragilità. Ciò avviene, in verità, ma solo molto più tardi, quando ormai la demenza senile colpisce in modo irrimediabile la lucidità di Daisy, offuscandone, anche se non del tutto, il pensiero. Ma quanto tempo è passato, simbolicamente, dall’incontro fra Miss Daisy e il suo autista, prima che la vecchiaia e la malattia avessero effettivamente la meglio su di lei? Anni interi, fatti di esperienze e di arricchimento reciproco: Daisy insegnerà a leggere e a scrivere all’ormai settantenne Morgan Freeman, che fino ad allora ha guardato il giornale “proprio in questo senso, cioè lo guardo e basta, cerco di capire le cose dalle figure”, mentre lui le insegnerà ad aprire gli occhi su un paese che non è così fantastico e pieno di opportunità come tutti vogliono credere, specialmente se sei un afro-americano e vivi negli stati del Sud. La vecchiaia non è di per sè un periodo negativo o meno valido della nostra vita, come invece oggi molti modelli vorrebbero far credere. Semplicemente è una fase che ha la stessa importanza di tutte le altre fasi della vita, come la giovinezza, l’infanzia o l’età adulta. Ogni epoca ha i suoi lati chiari e oscuri, ma il fatto di essere più fragili, più esposti alle malattie e alla morte non rende la vecchiaia un periodo meno degno di essere vissuto, abdicando a priori alla possibilità di fare e realizzare progetti. Come dicevo all’inizio, “A spasso con Daisy” non è un film sulla vecchiaia nè sulla fragilità, forse non è nemmeno un film sul razzismo o forse, invece, è tutte queste cose insieme, che ne fanno un piccolo capolavoro non collocabile in alcun genere specifico.

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