Fondazione Zoé
Ogni incontro tra due persone è -lo si è detto- uno scambio di narrazioni. Il colloquio tra medico e paziente non fa eccezioni: quest’ultimo porta infatti al medico una storia, un racconto che ha come tema centrale il sintomo, la malattia o comunque il disagio che lo preoccupa al punto da convincerlo a consultare un professionista.
Si tratta di una narrazione “forte”, costruita nel tempo, generalmente confrontata con familiari o conoscenti significativi, che contiene sensazioni fisiche, informazioni (vere o presunte), emozioni (timori, preoccupazioni), ipotesi, convinzioni… Spesso la narrazione appare caotica sul piano strutturale ma non per questo è meno solida.

La risposta spontanea di un professionista è quella di porsi nella posizione di un critico severo: la narrazione del paziente viene smontata, gli elementi che il medico considera irrilevanti sono eliminati o relegati sullo sfondo, quelli che gli sembrano importanti sul piano clinico sono evidenziati e approfonditi, quelli francamente bizzarri non vengono neanche presi in considerazione. Ne emerge una storia nuova, “pulita”, ordinata, chiara… Solo che non è la storia del paziente ma quella narrata dal medico.
Questo lavoro di editing è certo necessario sul piano clinico ma il piano relazionale, quello del rapporto di cura, richiede che tutti gli aspetti narrativi portati dal paziente vengano presi in considerazione in quanto essi hanno senso per lui. Non riconoscere questo significa non riconoscere l’altro in quanto persona.
Per di più, lavorare sulla narrazione del paziente come se essa fosse l’unica storia possibile, limitandosi a ordinarla e a “depurarla”, finisce con l’intrappolare il medico almeno quanto il paziente stesso: ambedue infatti concordano sul fatto che la storia è comunque solo quella lì e basta.

Qualsiasi storia può invece essere raccontata da diversi punti di vista. Il medico con competenze narrative dovrebbe aiutare il paziente a scoprire e a esplorare altri modi di raccontare la storia, altri significati possibili: è quella che si chiama ricognizione delle risorse, ed essa è in primo luogo un intervento narrativo. Se infatti ci fosse un unico modo possibile di narrare la storia, essa si situerebbe in un continuum di cause e di effetti obbligati, in una struttura cioè invariabile e immodificabile; gli esseri viventi però non sono libri e ogni storia umana è in realtà solo una delle tante narrazioni possibili.
Il medico con competenze narrative dovrebbe quindi esercitarsi a ricercare e a esplorare insieme al paziente altri punti di vista, altri modi di narrare la storia. Questo esercizio può essere utilmente svolto utilizzando romanzi o racconti, nei quali il succedersi degli eventi è logicamente dato una volta per tutte: per quante volte leggiamo e rileggiamo Anna Karenina, lei continuerà a gettarsi sotto il treno. In altre parole, qualsiasi storia scritta, ancorché narrata da uno scrittore eccelso, sarà sempre infinitamente meno complessa della narrazione -per quanto caotica- che ci porta un paziente (o del resto qualsiasi persona reale).

Narrare in un altro modo un racconto letterario è un gioco che può essere divertente ed è anche un buon allenamento a cambiare punto di vista per non farsi intrappolare nelle narrazioni. All’Istituto CHANGE abbiamo utilizzato spesso questa tecnica nel corso di momenti formativi rivolti a professionisti della cura; il testo che qui proponiamo nasce da un’esercitazione così proposta: Manzoni ci descrive Don Rodrigo come un malvagio prepotente, e tale resta per tutto il romanzo… Ma il punto di vista di Don Rodrigo (che ovviamente non si considera un malvagio e di certo non lo è 7 giorni su 7,  24 ore su 24…) noi non lo conosciamo: a Manzoni non interessa, nell’economia del romanzo non gli serve. Proviamo allora a immaginarlo noi, questo punto di vista, senza farci intrappolare dall’abilità dell’autore: come racconterebbe ad esempio Don Rodrigo, scrivendo a un amico, il suo incontro con Lucia?

Ecco un esempio di narrazione alternativa:

Caro Antonio, l’estate in questo buco di campagna ci si annoia a morte, e d’altra parte bisogna pur venire ogni tanto a sorvegliare i bifolchi, se no quelli ti rubano tutto e piangono anche  miseria… E poi, diciamo la verità, qui non spendo una berlinga, così metto un po’ di soldi da parte per i nostri esaltanti inverni milanesi…
Però, pensandoci, tutto sommato qualche distrazione c’è: la filanda ad esempio è piena di belle ragazze piuttosto sfacciate, che quando le incontro ridacchiano guardandomi di sottecchi in modo allusivo. L’altro giorno ad esempio, mentre passavo con Attilio, sai quel pirla di mio cugino, una di quelle -veramente bellina, devo dire… certo, con l’espressione bovina di queste contadine, ma insomma niente male, è rimasta deliberatamente indietro fingendo di cercare qualcosa in modo da incontrarmi mentre era lontana dalle compagne. Io le ho fatto un paio di complimenti banali e lei ha abbassato gli occhi, ma per finta, bene attenta a non perdermi di vista, e poi ha fatto l’atto di mettersi a correre per  raggiungere le altre, ma ci ha messo un bel po’, e visto da dietro il suo modo di camminare in fretta era a dir poco espressivo… Le sue intenzioni erano talmente palesi che non ho esitato a scommettere con Attilio che me la sarei portata a letto in pochi giorni. Lui aveva dei dubbi, ma è un vero cittadino, lui, e di queste puttanelle di campagna non capisce niente: anche se sono sempre in chiesa darebbero l’anima per una notte di amore (e anche più) con me, che bene o male qui sono il padrone.
Ho detto al Cerutti di prendere qualche informazione…sai, il figlio del vecchio Cerutti buonanima, che è il capo dei miei Bravi e non bisogna chiamarlo Cerutti ma Griso, credo per via dei capelli già un po’ brizzolati ma lui ci tiene un sacco a quel soprannome… Be’, lui mi ha detto che quella là sta per sposarsi… ah, ah non sarebbe bello ripristinare la moda di quello che il nostro avvocato, quel cretino che tutti chiamano Azzeccagarbugli, chiama qualcosa come jus primae noctis?

Un esercizio tutto sommato divertente ma utile a ricordarci che tutti noi nelle relazioni con altre persone recitiamo un ruolo in parte scelto da noi, in parte imposto dal contesto e dalla situazione. La parte che recitiamo oggi è soltanto una tra le cento possibili che ci troveremo a interpretare: forse già domani, oppure tra un mese, tra un anno, in un contesto diverso, in una situazione differente. Le cose che ci sembrano ineluttabili e immodificabili, in realtà per fortuna non lo sono: gli esseri viventi si adattano, si modificano; i significati cambiano a seconda dei punti di vista.
Facilitare l’esplorazione dei punti di vista, la ricognizione delle risorse, la narrazione di altre storie possibili è un obiettivo primario della medicina narrativa.

* Giorgio Bert, Torino 1933
Medico, specialista in medicina interna e cardiologia, libero docente in semeiotica medica presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Torino. Ha svolto ricerche cliniche in Italia e in Inghilterra. Autore di testi di medicina sociale, di educazione sanitaria, di metodologia didattica e della comunicazione, di medicina narrativa. Ha collaborato e collabora a numerose riviste in ambito sanitario e sociale. È stato consulente per la formazione e l’educazione sanitaria presso la Regione Piemonte e presso diverse ASL del Piemonte; ha diretto collane su salute, medicina e società per gli editori Feltrinelli e EDT.
È tra i fondatori  dell’Istituto di Counselling Sistemico CHANGE (1989) , di cui dirige il dipartimento Comunicazione Counselling Salute (www.counselling.it).
È direttore editoriale delle Edizioni CHANGE di Torino (
www.edizionichange.it)  e direttore responsabile della rivista “La parola e la Cura” dedicata alla comunicazione e al counselling in medicina. Coordina e gestisce corsi, seminari, convegni rivolti a medici e ad altri professionisti della cura in tema di comunicazione e counselling in ambito sanitario e di medicina narrativa; su quest’ultimo argomento ha pubblicato un testo presso Il Pensiero Scientifico Editore (Roma 2007).
È stato fondatore e primo presidente (1988-2003) della Società Italiana di Counselling  Sistemico (SICIS), a sua volta membro fondatore della SICo (Società Italiana di Counseling) e della EAC (European Association for Counselling)Lettore onnivoro e curioso, cinefilo, appassionato di musica e di cultura francese; è tra i fondatori di Slow Food (1989) e di Slow Medicine (2011).

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