Fondazione Zoé
Prendersi più tempo, per il medico e il paziente, non significa solo comunicare meglio. Ma decidere anche in modo più appropriato. Cioè valutare più oggettivamente le opzioni. Il che significa dare il tempo alle aree del nostro cervello che usano il ragionamento, di prevalere sulle intuizioni emotive che ci spingono a decidere in preda all’ansia e alla paura, e quindi di aiutarci a evitare gli errori di valutazione dei rischi e dei benefici. Errori che normalmente facciamo come pazienti. Ma che fanno anche i medici. 
Un libro da poco pubblicato da due medici e scrittori statunitensi, Jerome Groopman e Pamela Hartzband, illustra con dovizia di esempi come impiegare efficacemente il tempo per ragionare e migliorare le decisioni mediche. Avevamo già incontrato Groopman nel primo di questi interventi. Si tratta di un oncologo della Harvard Medical School, che è anche affermato scrittore e collaboratore di The New Yorker. In  Your Medical Mind. How to Decide what is Right of You (The Penguin Press, New York, 2011), Groopman e la Hartzband mostrano quali possono essere le conseguenze del fatto che il nostro cervello non è configurato per pensare statisticamente e che, in ultima istanza, prediamo le decisioni assecondando delle preferenze personali negli stili di cura.

Gli studi degli psicologi cognitivi dicono, in modo inappellabile, che non solo i pazienti ma anche medici e statistici compiono sorprendenti errori di giudizio in situazioni sperimentali, e che se questi stessi errori venissero fatti  in situazioni reali avrebbero come esito la morte evitabile di un certo numero persone. Di fatto questi errori vengono fatti. Ma in quanto noi preferiamo come forma di ragionamento la generalizzazione a partire da casi singolari o aneddoti (quelli che gli scienziati chiamano gli pseudo-esperimenti con “n of 1”, cioè dove non ci sono controlli e un solo soggetto), la conseguenza è che, comunque, non riusciamo nemmeno a stimare di quanto avrebbe potuto essere migliore, rispetto all’esito che ha avuto,  una nostra scelta.

L’esempio più usato per illustrare il fenomeno è quello dell’intervento chirurgico per il tumore della prostata. Gli studi più accreditati dicono che 1 sola persona ogni 48 trae beneficio dall’operazione. Mentre gli altri 47 sarebbero vissuti altrettanto a lungo senza farsi operare: cioè sarebbero morti non “per”, ma “con” il cancro della prostata. Però, di questi 47, ben 24 andranno incontro a effetti collaterali per l’intervento, tra cui incontinenza, impotenza e perdita della libido. Quindi, la chance di essere curati dall’operazione è 24 volte più bassa della probabilità di subire un danno sul piano della qualità della vita. Si può aggiungere che in media, l’allungamento della vita prodotto dall’operazione della prostata è di circa 6 settimane. Un tempo che, singolarmente, coincide con quello previsto per sottoporsi all’intervento e recuperare tutte le funzionalità.

Invece di decidere cercando di tener conto razionalmente dei fattori in gioco, e della straordinaria opportunità che ci offre il metodo scientifico per apprezzarli anche nel peso specifico quantitativo, ci affidiamo a preferenze che riflettono i tratti della nostra personalità. Groopman e la Hartzban identificano due tendenze in questo senso: il minimalismo, cioè fare il meno possibile, e il massimalismo, cioè agire scegliendo l’approccio più aggressivo. Minimalismo e massimalismo, non identificano orientamenti necessariamente tecnofobi o tecnofili: si può essere massimalisti e far uso di medicine alternative o complementari, e minimalisti nel senso di ricercare il tipo di tecnologia meno invasiva e più avanzata.

In ultima istanza, le decisioni che si devono e possono prendere oggi in relazione alle opzioni mediche utili per curare malattie o migliorare la salute richiedono spesso attente valutazioni e  un buon autocontrollo sulle proprie preferenze meno razionali. Il tempo della comunicazione tra medico e paziente potrebbe essere usato proprio per fare scelte più utili. 
 
* Professore ordinario di storia delle medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma. Ha studiato diversi aspetti della storia e della filosofia delle scienze biomediche del Novecento. In particolare, la storia delle immunoscienze e delle neuroscienze, la storia della malaria e della malariologia in Italia, l’evoluzione dei modelli eziologici delle malattie, gli sviluppi della pedagogia medica nel Novecento e gli sviluppi delle istanze etiche e delle controversie etico-politiche in relazione agli avanzamenti conoscitivi e applicativi più recenti della medicina e della ricerca biomedica. È condirettore della rivista darwin ed editorialista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore. Tra i libri più recenti che ha pubblicato: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009);  La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis, Bollati Boringhieri, 2008); EBM. Medicina basata sull’evoluzione (Laterza, 2007); Biblioetica (con Pino Donghi e Armando Massarenti, Einaudi, 2006), Storia delle idee di salute e malattia (Carocci, 2004), Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare (Laterza, 1999).
 

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