Fondazione Zoé

Il rapporto di cura dovrebbe essere un rapporto di alleanza tra curante e curato.

La presa in carico della negatività impedisce un possibile processo di colpevolizzazione del curato. La prima mossa della cura sta proprio nell’evitare di venire presso il soggetto in cura attraverso il giudizio moralistico o comunque colpevolizzante. E’ vero che un essere umano resta sempre un essere responsabile, ma è anche vero che in certi momenti della vita uno può essere piuttosto assediato dagli effetti della condotta precedente. Egli vorrebbe poterli togliere, ma non vi riesce. Il male qui non è più voluto, ma solo subìto. Intendere il male subìto ancora come male voluto inchioda un essere umano nella propria fragilità e lo conduce alla disperazione. Chi ha responsabilità di cura dovrebbe assolutamente evitare questo tipo di errore. Quindi dovrebbe trattare le forme fragili o malate del soggetto che è in cura solo come un oggetto di comprensione eziologica, per poterne progettare la liberazione progressiva.

 
Dalla parte di chi cura sta la responsabilità della cura. Essere responsabili si può intendere in due maniere diverse, giacché si può essere responsabili verso chi dipende da noi (in questo caso verso il soggetto in cura) e/o verso colui da cui noi si dipende. Qui evidentemente è in gioco soprattutto il primo tipo di responsabilità. Chi cura dovrebbe poter sempre rispondere del proprio operato, se la cura è per altri. Ma non sempre altri, come curato, è in grado di interpellare. In tal caso, può esserci qualcuno che interpella in vece sua. Comunque, del proprio operato di cura si deve sempre esser pronti a render conto. Ogni tentativo di operare al di fuori di una possibile chiamata di responsabilità è una forma di anti-cura, che non può non danneggiare chi è oggetto di cura.
 
Riprendiamo così il dire iniziale che in ogni rapporto di cura è necessaria una certa reciprocità, anche se il rapporto di cura è, di suo, un rapporto asimmetrico. Un essere umano, infatti, sta in relazione ad un altro essere umano solo se viene interpellato come un soggetto. Altrimenti si ritrae, perché si sente violato nella propria dignità. La violazione sta nel fatto dell’oggettivazione. Uno viene oggettivato se viene strumentalizzato, cosificato, non riconosciuto nella sua infinita apertura intenzionale al mondo. Se non viene, appunto, riconosciuto come un soggetto. Quando, invece, viene riconosciuto come un soggetto, un essere umano si sente onorato e confermato nella propria dignità. E poiché tutto questo può avvenire solo mediante l’iniziativa di un altro essere umano (le cose non  riconoscono nessuno), che nell’atto del riconoscere si dispone per il riconosciuto, ne viene che è possibile la buona complicità. Essa infatti consiste nel mettersi in relazione in modo che l’uno sia per l’altro, e in reciprocità. Se il curante fa questo, il curato difficilmente sarà da meno, anche perché del curante egli ha bisogno.

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