Fondazione Zoé
Bisogna invece parlare di ‘opere di animazione’, perché di questo si tratta: piccoli capolavori cui deve essere riconosciuto un vero e proprio spessore educativo ed artistico. Complice il periodo natalizio, che da sempre è il momento dell’anno più fecondo per chiudersi nei cinema a guardare qualche film un po’ fiabesco, anche quest’anno è arrivato nelle sale un film d’animazione indirizzato agli adulti non meno che ai bambini.
Sto parlando de “Il gatto con gli stivali”, ultima fatica della Dream Works. Questa casa produttrice ha ormai abituato il pubblico a fare dell’animazione un veicolo di valori e di insegnamento potente quanto i film tradizionali e per certi versi anche più efficace, non dovendosi scontrare con i limiti imposti dalla realtà scenica. Sia chiaro: chi vuole semplicemente godere di uno spettacolo colorato e avventuroso, può farlo senza problemi, ma chi invece è portato per inclinazione a voler guardare oltre la semplice apparenza della finzione scenica, troverà in questo lavoro di animazione una serie di spunti assai interessanti. 
  
La figura a cui mi riferisco è quella dell’uovo Humpty Dumpty, personaggio preso in prestito dalle avventure di Alice nel Paese delle meraviglie e qui ridisegnato in toto con tratti per certi versi ombrosi e crepuscolari. Osservare il percorso compiuto da questa figura nell’arco di tutto il film permette di ottenere un’ottima rappresentazione di ciò che si potrebbe imparare in un manuale di criminologia, in merito alle teorie della criminogenesi. Siamo di fronte ad un orfano, emarginato ed etichettato come individuo ai margini della società, afflitto da un handicap fisico (la sua conformazione a uovo) che lo rende dipendente dall’aiuto altrui. Egli, pur riconoscendo l’esistenza di norme sociali (ad esempio il divieto di rubare), non ne riconosce l’autorità e le disattende volontariamente, in modo premeditato. Humpty Dumpty, messo in guardia più volte dall’istitutrice circa i pericoli di una condotta priva di regole, coinvolge con l’inganno il suo migliore amico in un furto alla banca del paese. Non è forse questo percorso molto simile alla teoria della devianza di Parson, sulla genesi del crimine? E ancora: Humpty Dumpty nel corso del film si mostra in grado di indossare molteplici maschere, giocando alternativamente il ruolo di amico fraterno, di malfattore pentito, di malvagio macchinatore senza scrupoli, per finire poi, di fronte ad un momento rivelatore (ritrovare un disegno dell’infanzia dove era raffigurato con il suo amico Gatto), a recuperare la sua vera natura, ricomponendo i pezzi di un complesso puzzle di personalità che potrebbe inquadrarsi in un disturbo dissociativo dell’identità. 

 

Chi è il vero Humpty Dumpty? Difficile decifrare questa figura. Potremmo descriverlo come un soggetto multiforme, animato da un’identità principale “ufficiale”, quella di buon sognatore credulone e un po’ romantico, destinata però a soccombere, per debolezza e frustrazione delle aspettative represse, di fronte ad un’altra personalità più aggressiva e dominante, fatta di avidità, sete di vendetta, abilità nel raggiro che viene usata anche verso l’amico fraterno di sempre. Ma cos’è questo, se non un quadro da manuale del disturbo dissociativo della personalità? Dunque, anche l’uso dei film di animazione può fornire modelli paradigmatici in grado di trasmettere gli stessi concetti clinici di un complesso manuale di studio. Certo, può suonare forse un po’ inusuale per chi vede in un ‘cartone animato’ solo un momento di svago senza troppi pensieri, ma è proprio la sua semplicità strutturale che fa di questo strumento un eccezionale veicolo educativo non solo per un pubblico di bambini, ma anche per un pubblico adulto e – come si è cercato di dimostrare brevemente in questa riflessione – perfino per un pubblico di professionisti della salute. 
 
 

Archivi

Checking...

Ouch! There was a server error.
Retry »

Sending message...

Iscriviti alla Newsletter