Fondazione Zoé

Ancora una volta mi ritrovo dall’altra parte: da medico sono diventato paziente.

Sulla mia fiammante bicicletta, sfidando l’anagrafe e i riflessi che non sono più quelli di un tempo, finisco sulle rotaie del tram e mi ritrovo in Pronto Soccorso con un trauma cranico e un braccio rotto. In un attimo è avvenuto il passaggio da improbabile atleta a malato sicuro. E ancora una volta mi ritrovo, da medico, dalla parte del malato a dover fare i conti con l’assoluta inadeguatezza e disorganizazione di un Pronto Soccorso (l’aggettivo “pronto” suona beffardo, meglio sarebbe chiamarlo Soccorso Tardivo) dove devo stazionare otto lunghissime ore.
Bravo l’ortopedico che mi ingessa il braccio come pure il chirurgo plastico che sutura una ferita sulla fronte e il radiologo che esegue la TAC cerebrale. Bravi e gentili i tecnici e gli infermieri, ma quanta attesa!!!!

Segue ricovero in un luogo amico, circondato dall’affetto di persone, medici e non, che hanno lavorato con me per tanti anni. Ma in tutto l’Ospedale non si trova un umidificatore che devo far portare da casa e manca la prolunga per il letto per cui sono costretto a una posizione rannicchiata per le successive 24 ore. Ma non è finita. Avverto una strana e abbondante rinorrea ed il medico-otorino, prontamente consultato, sentenzia: fistola liquorale con passaggio di liquido cefalo-rachidiano dallo spazio perimeningeo al naso.
Una nuova TAC conferma che la causa di tutto ciò che mi sta accadendo è la rottura dell’etmoide, un ossicino che sta fra naso e cranio. E’ necessario un delicato intervento chirurgico, da compiere in microchirurgia video-assistita, per scongiurare il rischio di una meningite. Acconsento, ovviamente, anche se all’ingresso in sala operatoria mi sento, se non spaventato, sicuramente turbato.

Ma ecco le parole magiche: “Abbiamo finito, è andato tutto bene, fra un po’ la riportiamo nella sua stanza”.
Non sono ancora uscito dagli effetti causati dall’anestesia generale ma quelle parole mi hanno procurato un sollievo e un conforto tali da costituire ancora oggi, a distanza di un mese, il ricordo più forte e felice di un’esperienza difficile da dimenticare. 
Chissà se colui che le ha pronunciate (chirurgo, anestesista, infermiere?) si sarà reso conto di quale grande azione comunicativa è stato artefice. 
A volte nel nostro mestiere si fanno gesti o si dicono le parole i cui effetti, nel bene come nel male, vanno ben al di là delle nostre stesse intenzioni.

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