Fondazione Zoé

Il corpo è ciò in cui le relazioni si incorporano e una donna incinta può esserne una esempio.

Noi, in effetti, non possiamo avere relazioni con gli altri se, ad esempio, non li guardiamo negli occhi, se non stringiamo loro la mano.. Ma se il corpo è necessario, non è il termine ultimo del rapporto.
Ebbene, un certo andamento delle pratiche di procreazione, specie quando viene esasperato l’intervento tecnico-medicale, tratta di fatto il corpo proprio così: diventa una sorta di “oggettivazione” brutale della profonda unità di anima e corpo di cui siamo costituiti. Se un medico sbaglia intorno a questa unità profonda può essere condotto a comportamenti eticamente aberranti; se una donna sbaglia su queste cose, sbaglia per sé e per il proprio bambino e sbaglia anche per conto del proprio uomo; perché la relazione di una madre col proprio bambino è anche quella che porta in dote, se si tratta di una buona coppia, la relazione del padre al proprio bambino.

L’oggettivazione e la frammentazione dei processi di procreazione risentono indubbiamente della libertà che s’è prodotta mano a mano negli ultimi 50 anni, quanto ai nessi che stanno in madre natura. Fino a non molti anni fa l’accoppiamento tra un uomo e una donna era naturalmente (e pure naturalisticamente, purtroppo) aperto alla possibilità che nascesse un bambino; adesso, invece, i rapporti sessuali possono agevolmente essere tenuti distinti dalla procreazione. Fino a pochi anni fa l’infertilità del maschio e/o della femmina pareva senza rimedi. Adesso è possibile avviare i processi di procreazione per altre vie. Insomma, la sessualità può essere tenuta distinta non solo dalla fecondità, ma anche dalla responsabilità diretta della procreazione e persino della gestazione. Ovocita e/o sperma possono essere non solo omologhi alla coppia, ma anche eterologhi. L’utero può essere surrogato, e anche in affitto. Si sta persino tentando di costruire un utero artificiale. In generale, la donna pare ora liberata dai vincoli della maternità “naturale”. Può decidere dei tempi e dei modi d’avere un figlio. Può decidere di non avere figli. Si sa della diminuzione drastica della natalità. Ma il desiderio diffuso di non avere più di un figlio convive con il desiderio di non poche donne d’avere un figlio ad ogni costo. Insomma, si vive una sorta di schizofrenia sociale.
La deriva di queste, che pure sono, in parte, giuste forme di liberazione della vita al femminile, è presto detta: ci si assuefà al senso della esteriorità, della frammentazione, e si va al commercio del corpo.
In altri termini, diventa dominante, nella percezione comune e diffusa, il corpo come merce.
 

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