Fondazione Zoé

È ormai chiaro che la preoccupazione per il benessere ha come uno dei suoi pilastri la salute.

Star bene (in tutti i sensi) sembra uno dei diritti che sentiamo basilari. Per questo ci vantiamo dell’assistenza “garantita” che il nostro Stato eroga, anche se in modo sempre meno efficiente. E siamo anche tutti d’accordo che la nostra salute dipende in buona parte da noi stessi, dalla nostra capacità di mantenerci in forma anche attraverso una serie di attenzioni e di pratiche corrette (muoversi, non fumare, ecc…). E, infine, tutti sappiamo che l’alimentazione è uno dei cardini per la tutela della nostra salute: l’attenzione a quanto come e cosa mangiamo è centrale.

Bene: allora come mai l’obesità continua a crescere, particolarmente nei bambini (l’Italia è uno dei paesi in cui sta crescendo di più, anche se non è ancora uno dei paesi in cui è più diffusa). Certamente la voglia di non negare nulla ai nostri figli – preziosi perché rari e verso cui sentiamo sensi di colpa perché li trascuriamo un po’ troppo, presi dai nostri anche giusti affanni – fa la sua parte in tutto questo.
Ma credo che siamo ancora troppo creduloni verso i prodotti pubblicizzati. Le cosiddette “merendine” per esempio, o i dolciumi o i gelati e così via, godono da noi di un credito insospettabile per un paese che fa della naturalità alimentare e della dieta mediterranea un vanto (giustamente). Eppure è raro che una mamma preferisca per il proprio figlio un panino o una fetta di torta preparata in casa o anche uno yogurt alla classica “merendina”…
Certo, la merendina è più pratica, ma avete mai letto con attenzione gli ingredienti? Ho poi la sensazione che quasi ci si vergogni a mandare il proprio figliolo a scuola o a giocare con i compagni con una cosa “fatta in casa”. Come se fosse un segno di povertà o di bisogno di risparmiare, un segno di arretratezza culturale.
La merendina pubblicizzata, inutile nasconderlo, tra i bambini è uno status symbol, come per noi il cellulare ultimo modello. Abbiamo dunque ancora così timore di fare “brutta figura”, anche quando in gioco è la salute dei figli ? Temo di si.

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