Fondazione Zoé

Il clono riconduce l’umanità alla cifra propria della categoria della quantità.

Tutti sappiamo che la procreazione assistita manifesta inquietanti tendenze allo sfruttamento economico intensivo delle coppie desiderose di avere un bambino come che sia. Il corpo di una donna diventa non di rado, in mano a medici senza scrupoli, una povera cavia per tentativi costosi, lunghi e pure angosciosi. La clonazione, ultima arrivata, anche se ancora lontana da protocolli sicuri e condivisi, sembra messa lì a ratificare e globalizzare questo trend. Il clono, cioè la ripetizione o la riproduzione identica di un essere vivente, riconduce infatti l’umanità alla cifra propria della categoria della quantità, per molti versi lontana, e a volta opposta, alla categoria della qualità, dove solo può abitare l’irripetibile[1].
Il clono, dunque, come progetto (peraltro impossibile in senso assoluto) si oppone in qualche modo a una realtà e a un destino che un essere umano porta sempre con sé e da cui non può e non vuole liberarsi: la realtà e il destino dell’unicità[2].
Un essere umano sta male, se la propria unicità può essere violata. La propria unicità vuol dire anche la propria intimità. Quando si posa uno sguardo d’altri sul nostro corpo, non proviamo vergogna solo se è lo sguardo di chi ci vuol bene; ci copriamo, invece, spontaneamente, se è lo sguardo è di uno sconosciuto. Sentiamo che potrebbe, appunto, violare la nostra intimità. Potrebbe attentare a quella intimità-unicità che noi avvertiamo inalienabile, d’istinto. E qui è subito da ricordare che un essere umano, a differenza di un animale, non solo è unico e inoggettivabile, ma è anche un orizzonte dove tutte le cose appaiono; un orizzonte che è senza confini. I filosofi tecnicamente chiamano questo orizzonte “trascendentale”, per dire che è un orizzonte in qualche modo infinito. Ed è per via di questa infinità intenzionale che un essere umano può avere a che fare con Dio, che è assolutamente infinito. È per questa stessa infinità intenzionale che Dio può avere a che fare con un essere umano, e persino incarnarvisi. Come è accaduto in Gesù di Nazareth, il Figlio eterno. Questa apertura infinita è poi anche un destino infinito, che rende pure il corpo in certo modo infinito. Qui sta la “fonte” e il fondamento della sua “unicità”.
Questo fa intendere perché vogliamo essere amati in modo unico. Cioè totalizzante. Il rapporto di coppia è il luogo dove questa unicità meglio si lega alla trascendentalità, perché l’esclusività del dono reciproco dell’intimità corporea simbolizza in modo inequivocabile i due lati dell’esperienza dell’io. Di qui anche l’indissolubilità del matrimonio, sempre meno tollerata, ma in realtà sempre in asse con la natura più profonda del legame tra un maschio e una femmina umani. Diventiamo infatti in certo senso intercambiabili, solo quando ci ritraiamo da questo sguardo interiore e ce ne stiamo come all’esterno delle persone; quando ci appiattiamo facilmente sul loro “visibile”, dimenticando l'”invisibile”.

 

[1] La natura vivente, dove trionfa, appunto, il qualitativo, non ripete mai. Lo osservava qualche secolo fa un celebre filosofo, Leibniz, con il suo principio detto degli “indiscernibili”. Egli sfidava i suoi ascoltatori a prendere una foglia qualsiasi e a trovarne un’altra identica. Nella natura vivente, in effetti, tutto è rigorosamente individuale. Anche nei casi di doppio. Il doppio in natura è sempre apparente.
[2] Mi diceva una ragazza, l’aneddoto vale solo simbolicamente, che la sorella di una sua amica, gemella monovulare, si era fidanzata e che questa sua amica era perseguitata da una sorta di pensiero un po’ angoscioso. Diceva questa sua amica: “Quando mia sorella condivide la propria intimità con il suo uomo, sento anche la mia intimità esposta, perché siamo fatte allo stesso modo. Questo mi dà molto fastidio”.

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