Fondazione Zoé

Segnalo una quarta “illusione ottica”, data dal piacere della novità del cambiamento.

La novità provoca piacere, prima di tutto perché si pensa che porti per noi oggetti desiderabili, mai prima avuti.
Poi provoca piacere, perché si pensa che ciò che è nuovo è, per ciò stesso, integro e in qualche modo perfetto. Diciamo infatti degli oggetti che sono “nuovi”, perché non sono deteriorati dall’uso. E si aggiunga che la nostra attenzione per ogni oggetto visto per la prima volta è sempre al massimo, e quindi facilmente in grado di recepirne la ricchezza e gioirne. Per intendere bene la cosa, basti andare con la mente a tante esperienze di viaggio, quando le bellezze naturali o quelle artistiche si parano per la prima volta davanti ai nostri occhi incantati.

Infine, almeno una quinta “illusione ottica” (ma la serie potrebbe continuare per un poco), che è in realtà quella più importante: quando qualcosa cambia, ci attendiamo dalla nuova situazione – più o meno inconsciamente – la saturazione del desiderio. Il desiderio di un essere umano è incondizionatamente aperto. Desideriamo infatti ogni cosa. Desideriamo persino l’impossibile. Perciò ogni volta che qualcosa ci viene incontro, speriamo che sia l’incontro giusto per essere colmati nelle nostre attese, tanto che inizialmente il desiderio surdetermina anche l’oggetto più modesto. E’ solo nel seguito che registriamo il fatto che il desiderato non è in pari con la nostra apertura. Così ci si arrende all’evidenza e si passa ad altro, pensando di nuovo che possa esser quest’altro a regalarci la volta buona.
La faccenda è particolarmente evidente nei casi di cambiamento del partner, sempre più frequenti nella vita sociale dei nostri giorni. Ma anche un oggetto e un’occasione particolare (una casa, un vestito, un’auto, il conto in banca, un’apparizione sui giornali o in TV, un incontro inatteso e particolarmente gratificante) possono produrre, sulle prime, un senso di saturazione del desiderio. Diciamo infatti in questi casi che ci sentiamo “felici”, cioè totalmente appagati.

Che si tratti di “illusioni ottiche” è evidente, come già si è accennato nelle esemplificazioni. Possiamo un poco continuare a sottolinearlo in contrappunto: cambiare a volte è cambiare in peggio, come quando uno perde la salute; cambiare a volte è molto difficile, come quando uno deve smettere di assumere droga; cambiare a volte è un prodotto della compulsività coattiva, perché si cambia anche andando alla deriva, come quando uno è ossessionato dal fare sesso, come che sia; cambiare a volte non porta una vera novità, perché quel che viene a noi può essere anche la brutta ripetizione dello stesso, appena mascherata. Come quando compriamo un computer spacciato per nuovo, ma che ci dà, alla fin fine, le stesse prestazioni del precedente.
Cambiare ci procura sempre un certo grado di delusione, tanto da indurci a continuare il gioco e in molti casi ad accelerarlo.

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