Fondazione Zoé

Giovani depressi e demotivati specchio di una società che non gode di ottima salute. Che fare?

Confesso che non ricordo la fonte, solo che si tratta di uno studio molto articolato su come vivono i giovani nella società contemporanea, basato su  interviste fatte a più di 15000 ragazzi tra i 16 ed i 25 anni, residenti in più di 40 paesi diversi. Ho ascoltato i dati mentre ero alla guida della mia auto -direzione lavoro- e mi hanno colpito due numeri in particolare:
1) il 70% dei giovani italiani vuole andare a vivere in un altro paese, rispetto al 47 % dei greci (se pensiamo che sia prevalente il fattore economico) ed al 25 % dei francesi e degli inglesi;
2) siamo al 4°posto per infelicità, ancora una volta ben al di sopra di paesi in crisi economica come e peggio del nostro. Aggiungo che il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti di auto.

Insomma i nostri ragazzi sono tristi e demotivati. E’ colpa loro? Della crisi in generale? Proviamo invece a capire se non abbiamo tutti contribuito a creare, in modo attivo o per omissione, una società che non ha più luoghi educativi accoglienti e capaci di rispondere alle insicurezze tipiche dell’età. Ad esempio non posso non citare 3 casi recenti.
A Roma si suicida un ragazzino di 15 anni, non più in grado di sopportare le volgari prese in giro da parte dei compagni e probabilmente anche di qualche insegnante.
A Vicenza un ragazzino si rifiuta di andare a scuola per motivi analoghi, ma almeno è vivo.
Poi a Trieste si suicida un’altra quindicenne per problemi legati alla scuola, per disperazione.
Possiamo continuare a leggere queste notizie reagendo solo in modo sentimentale – Che peccato! Una vita sprecata! E così via…  – Mi viene invece in mente il profondo valore pedagogico che alcuni libri hanno avuto nella mia formazione. Pinocchio, che è il diverso totale, perché è di legno e quindi non appartiene neppure al genere umano. Ma in fondo è davvero un bambino e lo diventa anche nella percezione degli altri solo dopo aver ricevuto amore, accoglienza ed una buona educazione. O il tanto vituperato Cuore, che è pieno di bambini buoni e cattivi e di maestri e genitori che fanno il loro dovere fino in fondo. Possiamo rattristarci per chi non ce la fa, ma non è sufficiente. E’ accettabile che un contesto vocato all’educazione lasci passare, ignori e permetta che una presunta diversità sessuale diventi stigma? E’ accettabile che la violenza tipica delle età di passaggio, la crudeltà degli adolescenti su cui tanti romanzi si sono fondati e purtroppo anche tanti fatti di cronaca, non si trasformino in una domanda sul ruolo di noi adulti? Educare è difficile, presuppone non parole ma atti, perché i giovani sono sensibilissimi e capiscono subito se stai facendo una predica o se stai testimoniando i tuoi valori civili.


Ho a che fare quotidianamente con gli studenti, il fatto che sia l’università non cambia poi molto le situazioni. Perché la vera malattia della nostra società è contagiosa e si chiama deresponsabilizzazione.
Non tocca a noi occuparci delle vite dei nostri studenti, ci penserà la famiglia e se qualche gruppetto esercita forme di violenza psicologica e/o fisica non è colpa nostra. I giovani non hanno voglia di studiare, sono “choosy ” o poco flessibili. I giovani sono maleducati e pensano solo a divertirsi. Di quante chiacchiere da bar si alimentano i nostri giudizi ed il nostro modo di stare davanti ai nostri ragazzi?
Certo il contesto non aiuta, ma non è una grande scusa. Insegnare non vuol dire solo passare informazioni ed assegnare compiti. E certo, la scuola italiana ha scarse risorse economiche. Ma la risorsa che nessuno può eliminare siamo noi docenti, di ogni ordine e grado.
In un bellissimo libro purtroppo ormai introvabile –Il potere dei senza potere – Vàclav Havel, al tempo in carcere, scriveva che le società si cambiano se ciascuno esercita fino in fondo la propria responsabilità. 
Sembra minimale, ma non lo è. Perché la salute di una società e di una istituzione dipendono anche dallo sforzo che ciascuno di noi pone in essere. In attesa che il mondo diventi migliore, insomma, proviamo a rendere vivibile il piccolo pezzo di realtà che ci circonda.
 

 

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