Fondazione Zoé

Si può guardare ad altri in due modi (semplificando): da “consumare” o da “curare”. 

Si può trattare altri come risorse per conseguire determinati vantaggi o un certo benessere. Cioè si può trattare altri come oggetti di consumo, esattamente come si fa per i vari prodotti che servono a riempire il carrello al supermercato. L’altro può essere poi “consumato” in vari modi (la storia umana è per buona parte il risultato di questo “consumo”): può essere sfruttato nel lavoro, può essere abbandonato nell’indigenza, può essere disprezzato, può essere brutalizzato e torturato, può essere tradito o calunniato ecc. ecc. Tutto questo perché il “caro io” (diceva ironicamente E. Kant) sia nutrito al meglio.
Oppure l’altro può essere “riconosciuto” nella sua grandezza di persona e fatto oggetto non solo di rispetto, ma anche di attenzione amichevole. L’attenzione amichevole è l’attenzione di chi prende sollecitudine per il bene dell’altro. In certo modo, ne ha cura; in certo modo, lo protegge e lo libera dal male.

Si è già inteso che questa seconda maniera è quella che fa fiorire un essere umano. L’altra, la prima, lo conduce a morte, perché muore nella propria umanità anche colui che fa morire. E quindi si è già inteso che il cambiamento che val la pena perseguire, perché è il primo e il più “regolativo” di tutti i possibili cambiamenti dei rapporti tra noi, è il cambiamento che orienta alla buona complicità con l’altro uomo.

C’è però anche un cambiamento che è il padre di tutti i cambiamenti: il cambiamento che riguarda la maniera di guardare alla nostra origine e alla nostra fine. Qui si fa innanzi il lavoro personale sul senso della dipendenza e della indipendenza. Noi tendiamo spesso a essere dipendenti da ciò da cui non dovremmo per nulla dipendere. Viceversa, tendiamo spesso ad essere indipendenti da ciò da cui invece dovremmo dipendere. Così finiamo in una confusione della spirito che rende inutili tanti asseriti cambiamenti.

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