Fondazione Zoé

Mia zia è morta 12 giorni fa. Aveva 87 anni, era l’unica sorella di mio padre e viveva da sola.

Ha iniziato a stare male mesi fa, ha incrociato purtroppo una serie di medici poco attenti – sono gentile – fino a quando non ce l’ha fatta più. Abitava da sempre in Molise, regione la cui offerta sanitaria è considerata una delle peggiori del nostro paese. Ma non è di questo che voglio parlare, perché sono ancora troppo piena di rabbia per essere oggettiva.

E’ morta da sola, dopo un ricovero d’urgenza fatto da me a distanza, perché conosco qualche medico che si è laureato e specializzato a Pavia. Non sono riuscita a rivederla viva, avevo programmato di andare a trovarla , ma ho rimandato perché ho in casa due genitori anziani, mio padre ha 92 anni, mia madre 85. Non è facile allontanarsi se non dopo aver organizzato reti protettive.
Non posso negare di avere nella testa l’ultima telefonata che le ho fatto, continuava a pregarmi di fare presto ad andare perché voleva vedere me e mio fratello un’ultima volta – le persone si accorgono sempre di essere vicine alla morte, noi medici dovremmo saperlo – le ho detto che doveva avere pazienza e di non fare i capricci. La mattina successiva mi hanno telefonato che era morta nella notte. Non è della mia tristezza che voglio parlare, anche se immagino che emerga tra le righe, né dei miei sensi di colpa per non essermi messa in viaggio in tempo. 
 

In questi giorni di rincorsa alle inevitabili pratiche burocratiche, quelle che ti fanno pensare che persino morire sia complicato in questo paese, sto riflettendo sulla solitudine, sull’invecchiamento, sull’illusione che ci siamo dati da anni che la vita sia semplice e che basti mangiare sano, avere abitudini di vita corrette, per sottrarsi alla malattia. Mia zia faceva regolari controlli ogni sei mesi – la prendevo in giro per la sua ipocondria – mangiava pochissimo, era attenta a tutto. Non è bastato, perché l’idea che si possa vivere per sempre giovani e sani fa parte della “civiltà del Prozac” di cui parlava Giovanni Sartori qualche giorno fa sul Corriere della Sera, riferendosi ovviamente al contesto economico.
La medicina non è stata e non è diversa.
La consapevolezza del limite non fa più parte da tempo del nostro linguaggio, forse perché dobbiamo esorcizzare le nostre paure. Quando parlo con i miei amici, con gli studenti, con i colleghi, di questi argomenti li vedo divisi tra quelli che cambiano subito discorso e mi dicono che sono morbosa, quelli che iniziano a raccontarmi le loro esperienze, quelli che scoprono che si può pronunciare la parola “morte” senza che cada il mondo.
 
Mi piacerebbe raccogliere le vostre riflessioni su questo, una società umana non può avere paura delle parole e non può essere costruita sulla rimozione. Ritornare a scambiarci idee sul nostro destino forse ci può aiutare a crescere e ad affrontarlo con maggiore leggerezza.

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