Fondazione Zoé

“Sapere, Saper fare, Saper essere”…spunti e consigli di un giovane medico italiano a Parigi.

La mia attenzione è attirata da un articolo comparso sulla rivista Il giornale della previdenza. Il titolo è “Francia, l’importanza della pratica durante gli studi”. Chi scrive è un giovane neolaureato in medicina che ha passato, grazie ad una borsa Erasmus, l’ultimo anno, il sesto, a Parigi. Scrive così: “In Francia la pratica ha certamente un ruolo prevalente sulla teoria, specialmente nel secondo triennio. Ciò permette agli studenti:
– di acquisire una maggiore sicurezza delle proprie capacità di relazione col paziente e della propria dimestichezza con i gesti medico-chirurgici;
– di studiare con più facilità in autonomia prendendo spunto dai casi clinici presentatisi all’Ospedale;
– una maggiore capacità e scioltezza nella comunicazione e presentazione di casi clinici o dubbi ai professori o dottori loro tutor
Per mettere davvero in atto il motto, ad oggi vuoto di significato – sapere, saper fare e saper essere- a mio parere è necessaria una maggiore attenzione anche agli ultimi due punti elencati. Il sistema francese funziona a meraviglia per i tirocini pratici soprattutto perché tutti gli ospedali pubblici partecipano alla formazione dei giovani medici e ciò fa si’ che non esistano tirocini con più di 4 persone per reparto. Questo sarebbe impossibile in Italia dove gli ospedali universitari sono gli unici referenti nella formazione
“. 
 

La diagnosi- denuncia del giovane medico sembra ineccepibile. A proposito sono andato alla ricerca di quanto scrissi nell’ormai lontano 2005: “l’insegnamento universitario e post- universitario specialistico dovrebbe essere esteso a quei settori ospedalieri che, sulla base di criteri prestabiliti, risultino idonei. La pratica e la teoria potranno così integrarsi nel migliore dei modi. Il professore universitario, conscio delle sue qualità, non dovrà temere la concorrenza e non dovrà pretendere di essere il solo depositario del sapere”.
Quanto scritto mi era stato suggerito dalle lamentele di un medico, specialista in chirurgia generale, che nel corso dei 5 anni della specialità aveva eseguito in prima persona un solo intervento di safenectomia ovvero asportazione di una vena varicosa della gamba che, per la sua semplicità, si fa eseguire, sotto controllo di un tutor, ad un aspirante chirurgo alle prime armi.
 
Sono passati 8 anni da allora ma mi pare che poco sia cambiato noostante ci sia un tentativo in atto anche da noi di riformare la Scuola di Medicina. La vera novità comunque sarebbe quella di ascoltare per intero il giovane medico che ha scoperto…Parigi. Senza quell’allargamento agli ospedali infatti si continueranno a formare medici ricchi di nozioni (sapere), che scopriranno il più delle volte inutili, incapaci di muovere con destrezza le mani (saper fare) e che, non avendo mai incontrato un malato con il quale confrontarsi, troveranno difficoltà a creare con questo una relazione (saper essere).
Il medico sarà allora costretto ad imparare il mestiere soltanto dopo, a studi finiti, a prezzo di ulteriori frustrazioni e sacrifici.

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