Fondazione Zoé

Crescere e invecchiare è un nostro modo di cambiare passivo, ossia esser cambiati.

Riprendendo: all’origine, una situazione di “esser già lì”, che rimanda a Qualcuno non riconducibile a sua volta ai nodi della fragilità dell’esserci; in fine, una situazione di stabilità nella vita che non può che venire da un Signore della vita. All’origine e in fine, dunque, un “luogo di senso” su cui non possiamo mettere le mani a nostro piacimento, perché ne dipendiamo radicalmente.

Quanto al cambiare, rispetto a questo “luogo di senso”, viene ora innanzi un paradosso. Questo riferimento all’origine e alla fine è ciò che più importa per una strategia di vita, ma questo riferimento è anche quello che meno è visibile ai nostri occhi nella quotidianità. Anzi, è quello che è proprio invisibile. Nella quotidianità siamo assediati da mille richieste di cambiamento, ma nessuna di queste richieste pare correlata con il cambiamento di “prospettiva” domandato da quel “luogo di senso”. E infatti gli esseri umani per lo più se ne dimenticano, a meno che non vedano la morte come un che di imminente per loro. Quell’invisibile è però il senso del visibile: di quel visibile che ottunde uno sguardo che pure, di suo, potrebbe levarsi per mirare altrove.
 
Peccato! Perché i cambiamenti più profondi sono proprio quelli legati a questa mira dell’invisibile. Lo si afferra subito solo che si pensi che da questa mira vengono personaggi come Francesco d’Assisi, come Benedetto da Norcia, come Teresa d’Avila o come Caterina da Siena. E migliaia d’altri come loro, più o meno noti. Compresi altri che non hanno mai sentito dire di Gesù di Nazareth.
Sono questi “veggenti” quelli che hanno cambiato il mondo prima d’ogni altro: e per vastità e per profondità e per stabilità di influsso. Certamente lo hanno cambiato più di quegli altri che non hanno mai veramente mirato altrove. Il fatto è che il cambiamento di fondo è quello che la finitudine mette all’opera per esemplarsi su ciò che non finisce mai. Questo essa ha sempre come destino, se sa di sé. Se sa di sé come di un finito, sa pure di qualcosa come un che di infinito. E non può non desiderarlo per sé. Deve tuttavia tener fermo, un essere finito (come noi tutti siamo), che questo desiderio d’infinito non può essere saturato da un progetto di produzione dell’infinito (il miraggio di quella parte della modernità che è stata da sempre affascinata dall’idea delle “magnifiche sorti e progressive” – tradizione liberale e tradizione marxista); può esserlo solo da un (possibile) libero venire dell’infinito nel finito. 

Questo venire a noi dell’infinito, che tutte le religioni del Libro predicano, è forse l’ultimo cambiamento possibile per noi. Ma in tal caso si tratta di un cambiamento molto speciale: si tratta di un cambiamento da cui siamo cambiati. Accenno così a un discorso un po’ diverso da quello finora fatto, che concerne il nostro attivo cambiare (noi – mediante il nostro agire; il mondo naturale – mediante il nostro fare) o il passivo esser cambiati dagli eventi fisici (che comprendono anche il diventare adulti e poi l’invecchiare). Questo discorso riguarda l’esser cambiati da altri e, in ultima istanza, da Altro. 

 

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