Fondazione Zoé

Questo vuole essere uno spazio dedicato a voi lettori, raccontateci le vostre esperienze… 

Quello che segue è una testimonianza in forma di racconto che mi ha scritto una brava studentessa ,oggi infermiera professionale. Mi pare offra molte suggestioni, ci spiega come vive il primo incontro con il dolore una giovane che si prepara ad iniziare un lavoro delicato come è quello dell’infermiere. Ci fa capire che negli ospedali si incrociano vite, che a volte nascono rapporti anche di amicizia, che comunque avere a che fare con un paziente non è un atto neutro, se sei vero ed umano ti cambia. 

Con questo pezzo inizio un forum su cui spero di raccogliere testimonianze ed esperienze, quelle che mi vengono offerte direttamente da pazienti o dai miei studenti Ma anche quelle di chi legge ed ha voglia di raccontarsi. Perché la comunicazione non è unidirezionale –  esperto verso lettore – ma ha bisogno di generare percorsi comuni di consapevolezza.

Chi lo volesse può mettersi in contatto con me direttamente, ovviamente è garantito il totale anonimato di chi scrive: giovanna.ruberto@unipv.it

 

MARGHERITA E I GOMITOLI DI LANA

Mi chiamo Margherita, ho diciannove anni, un cespuglio di capelli biondi e il naso spruzzato di lentiggini.
Un viso d’angelo, mi hanno sempre detto.
Dopo il liceo ho deciso di studiare per diventare infermiera. “Sarai un’infermiera speciale, con la tua capacità di capire le persone”, mi hanno detto.
Ascolta, comprendi, solleva, consola, prendi su di te, porta via il dolore, mi hanno detto.
E così ho fatto. O almeno credo.
Ma ciò che ti viene detto rimane indigerito se non lo assapori fino infondo. 
 
IL DOLORE PARALIZZA
Dopo la prima esperienza in una Medicina generale, vengo inviata come studente nel reparto di Oncologia.
Sono le 6.30 di una fresca mattina di giugno e io già fremo nella mia divisa inamidata, impaziente di incontrare la malattia per eccellenza, il cancro. E la mia superbia incosciente mi fa perfino credere che sono preparata a questo, che sono forte. Sono talmente forte che devo fermarmi a prendere fiato prima di entrare nella camera della paziente che mi è affidata. Talmente forte che tremo dalla paura.
Dopo un respiro lungo un’eternità mi costringo ad entrare in quella stanza soffocante di dolore.
“Buongiorno, signora”.
“Buongiorno”.
Stanca, sfinita dalla terapia, la donna grigia e senza capelli che mi sta davanti si alza per permettermi di rifarle il letto.
Gelo.
Tutta la mia presunta forza frantumata da uno sguardo. Sono gli occhi della sofferenza che mi guardano, non chiedono nulla, ma io in testa ho mille domande mute.
Tornando a casa piango fino a non avere più fiato. Mi chiedo perché piango? Dovrei essere felice, in fin dei conti oggi compio vent’anni. 

CAMERA 16
Silvia ha 53 anni, potrebbe essere mia madre. Fa la spola tra Salerno e Roma ormai da due anni a questa parte, da quando le hanno diagnosticato un linfoma.
Un mio compagno di tirocinio ha il coraggio di chiedere se ci sia qualcuno di terminale in reparto.
“La signora Silvia, camera 16 “, rispondono.

COME UN SEGRETO
“Chissà se lo ha capito”, penso. Nella sua stanza aleggiano verità taciute, sguardi non corrisposti per paura di mostrare la realtà. Credo di interpretare la sua volontà quando anche io decido di fare finta di nulla e divento custode di un segreto pesante come un macigno. Il nostro è un patto non detto, stipulato nella penombra della stanza di Silvia. Parliamo, ci muoviamo, ci salutiamo come se nel domani ci fosse solo vita ad aspettare. Ma Silvia morirà, e anche presto. 
 
SERVE VITA
Cosa si fa quando non c’è più nulla da fare? A Silvia serve vita, o almeno così ho la presunzione di credere. 
Complice la confidenza che si instaura ogni giorno di più, comincio a portarle la vita così com’è fuori dall’ospedale, la mia vita. All’inizio sono solo racconti di quello che faccio nel finesettimana o in università: Silvia si appassiona, mi chiede, vuole aggiornamenti.
Cado in un vortice di impotenza che mi spinge a dire sempre di più, a fare sempre di più anche se non basta mai. Pianifico il tempo libero insieme a lei e non inizio nulla senza pensare ” lo faccio anche per Silvia”. Sento continuamente il suo odore, anche in quello che mangio. La sua voce che mi chiama anche nel sonno.
Ci sveliamo confidenze in un angolo della corsia mentre arrotoliamo gomitoli di lana colorata e capisco che, davvero, sto vivendo per lei.
Silvia scoppia a piangere all’improvviso. Mi dice che non resiste più, che il dolore è sempre più forte . 
“Sto morendo, Margherì.” 
Il patto silenzioso è rotto: non possiamo più fare finta di niente. Ma io non ne sono capace. Silvia non può morire davvero. Se così fosse porterebbe via con sé anche quello che abbiamo condiviso. Se così fosse porterebbe via con sé anche un pezzo della mia vita.
“Cosa dici, Silvia! Dai, non piangere, vedrai che domani andrà meglio.”
Silvia muore una settimana dopo, mentre io sono in università per sostenere un esame. Quando torno in corsia non ho la forza nemmeno di guardare verso la sua camera: so che è vuota. 
E sono vuota anche io.

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