Fondazione Zoé

Sul recente caso vicentino del ragazzino autistico malmenato dalle insegnanti.

Questo è uno “SPAZIO BIANCO” dedicato a voi lettori, un forum su cui spero di raccogliere testimonianze ed esperienze, quelle che mi vengono offerte direttamente da pazienti o dai miei studenti, oppure dalla cronaca, sui cui siete invitati a commentare e dire la vostra. Ma aspetto anche i contributi di chi legge ed ha voglia di raccontarsi. Perché la comunicazione non è unidirezionale – esperto verso lettore – ma ha bisogno di generare percorsi comuni di consapevolezza.

Chi lo volesse può mettersi in contatto con me direttamente, ovviamente è garantito il totale anonimato di chi scrive: giovanna.ruberto@unipv.it

 

AUTISMO E CATTIVA COMUNICAZIONE

La corretta comunicazione rispetto alla salute ed alla scienza è un elemento fondamentale in una società come la nostra, in cui l’informazione viaggia sul web, su carta stampata, via radio e via televisione. Ogni volta che la “notizia” viene data quindi parzialmente o superficialmente lede il diritto di chi legge/ascolta a prendere decisioni utili per la propria vita. 
 
L’autismo è una delle vittime della cattiva comunicazione. 
Perché sui giornali spesso il termine “autistico” viene associato ad episodi violenti (la strage dei bambini nella scuola di Newtown, persino di Hitler qualche storico dice fosse autistico. 
Perché è classificato tra le malattie mentali e quindi incrocia il pudore delle famiglie e la diffidenza degli estranei. Perché se ne parla pochissimo. 
 
L’episodio di cui è stato vittima il ragazzino di Vicenza, sottoposto ad angherie e violenze da parte dell’insegnante di sostegno è emblematico. Non compare infatti sulla stampa nazionale, ne sono venuta a conoscenza solo perché ascolto alla radio la trasmissione del giornalista Nicoletti che, avendo un figlio autistico, affronta con tenacia e coraggio questo tema. Proprio durante la trasmissione mi ha colpito la telefonata di un insegnante che parlava di “burn out ” degli operatori, tentando maldestramente di difendere l’operato dei colleghi. Che non hanno solo percosso sistematicamente il ragazzo, lo hanno tagliuzzato con le forbici, non si capisce in base a quale progetto educativo. Ma il problema, evidentemente, è a monte. 
 
Le persone affette da autismo hanno bisogno di un contesto particolare, di operatori formati ,non di insegnanti di sostegno totipotenti. Perché sono persone fragili, con cui comunicare è difficile, in modo bidirezionale : non riescono a dirci che cosa vogliono e non capiscono che cosa diciamo noi. La solitudine delle famiglie, la fatica, il peso anche economico cui sono soggette è enorme. Mi ricorda un po’ la situazione che si era creata negli anni ’80 rispetto all’AIDS. Malattia peraltro terribile, che ha costretto milioni di persone a vivere vite nascoste fino a quando la pressione dei soggetti culturali – stampa, cinema, personaggi famosi che hanno svelato la propria sieropositività – non ha pian piano almeno attenuato la percezione negativa che se ne aveva.
Sull’autismo è più complicato, un film come Rain Man ha prodotto più danni che altro, così come molti romanzi che insistono sul lato romantico: hai problemi relazionali seri, ma sei un genio, quindi la scarsa socialità è compensata dalla somma intelligenza. Non è proprio così. Questi nostri figli – perché sono figli di tutti noi – sono teneri ed indifesi, hanno bisogno che li si accolga per quello che sono. E’ un lavoro che dura 24 ore al giorno per tutti i giorni della vita, con tutti i problemi che un figlio ti dà crescendo, amplificati dalla malattia. Le famiglie hanno bisogno di sostegno e solidarietà, perché è faticosissimo avere a che fare con un figlio autistico, ogni tanto hai bisogno di qualche momento di tregua.
 
Non ho una ricetta per questo, so solo che mi arrabbio moltissimo quando leggo o ascolto queste notizie. 
Mi arrabbio perché non capisco come chi è pagato per educare possa sfogare le proprie frustrazioni su chi è loro affidato da famiglie che si fidano delle istituzioni. 
Mi arrabbio perché un paese civile dedica la sua attenzione anche a questi temi (non mi addentro in ciò che penso della politica, non è la sede e potrei scadere nel turpiloquio). Gli insegnanti di sostegno vanno bene così? Chi li forma? Lo spread è davvero l’unico indice di civiltà di un paese e quindi l’unico dato cui si presta spasmodica attenzione? Mi arrabbio perché abbiamo costruito tutti insieme una cultura sociale in cui c’è spazio per affrontare questi temi solo quando capita un episodio che sarebbe meglio non avere. 
Mi arrabbio perché mi sento impotente. Ma almeno mi arrabbio e ne parlo nelle mie lezioni. 
 
Il tema vero è se i problemi di una minoranza debbano rimanere residuali nelle nostre conversazioni e sui media. E qual è il ruolo dei media nella comunicazione: seguire l’onda della notizia che fa sensazione o riservare magari anche un po’ di spazio per “costruire cultura”?
 
E’ chiaro che ho una preferenza, vorrei solo capire se appartengo ad una minoranza o se esiste una maggioranza silenziosa che cerca una voce. Voi che cosa ne pensate?

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