Fondazione Zoé

Nel giro di pochi anni anche la vecchia Europa è diventata multiculturale…

La diversità di razze, di lingue e, soprattutto, di costumi ha reso la convivenza non di rado difficile. Politologi, economisti, filosofi e quant’altro hanno da qualche tempo riflettuto sull’argomento con vedute diverse. Si è diffusa oramai la consapevolezza che il melting pot è, anche da noi, un fenomeno irreversibile. I sociologi prevedono che fra qualche decennio il meticciato diventerà addirittura maggioranza.

Dobbiamo dunque far fronte alla nuova realtà non tanto come si fa fronte solitamente a una emergenza, ma come si deve far fronte a una condizione che mette in questione, una volta per sempre (e spesso pure manda all’aria), le nostre antiche certezze. Molte “comuni evidenze” sembrano, in effetti, meno comuni di una volta. Ma rinunciare alle cose comuni è tutt’altro che facile per un essere umano. Diciamo pure che può risultare traumatico. E’ per questo che quel che ci riesce estraneo, ossia poi “strano”, viene per lo più respinto e persino demonizzato. Ma la ripulsa è un esito obbligato o è semplicemente una forma di paura quanto alla perdita possibile della nostra identità? E si badi: questa paura non è mai unilaterale; anche l’estraneo che chiede asilo vive la stessa paura. E forse con ragioni più solide delle nostre. Ora, la paura reciproca quasi sempre produce conflitto.

Quale dunque la mossa giusta per fermarsi prima? Viene in mente subito la tolleranza. Ma è questa la parola chiave o è bene cercarne un’altra, e pensare, per esempio, a ciò che evoca il rispetto? E basta, poi, appellarsi solo al rispetto? 

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