Fondazione Zoé

Informazioni sulla salute on line: la tecnologia aiuta o peggiora in caso di situazioni di malattia?

Oggi sempre più spesso si sente dire che ogni persona è in grado di trovare informazioni sulla propria salute o, più in particolare, sulla malattia che l’ha colpita, facendo ricorso al web (per i non addetti: world wide web=ragnatela grande quanto il mondo).
 

Credo sia un bene. Malati selezionati, accuratamente addestrati dal medico di famiglia o dallo specialista, affetti da malattie croniche non invalidanti, possono ricorrere a questo strumento informatico facendo risparmiare tempo, denaro e disagi a loro stessi e a tutto il Sistema Sanitario.
Credo tuttavia che i malati, non solo quelli prostrati dal punto di vista fisico o psicologico, sentiranno sempre il bisogno di avere contatti con persone in grado di trasmettere umanità e non solo informazioni.
Anni fa una mia amica-medico affetta da una grave malattia scrisse: “Ho avuto modo di capire l’importanza di un sorriso, di uno sguardo, di un’attenzione, ho ben percepito l’incommensurabile valore di una parola affettuosa e come si possa vivere di queste elemosina”. Tutte cose che difficilmente si possono trasmettere attraverso il web.
 
Ad avvalorare queste mie convinzioni è comparso di recente un racconto dello scrittore americano Jonathan Safran Foer che descrive la nuova solitudine tecnologica: “Così connessi, così distanti, preferiamo l’iPad alle persone”. Il racconto inizia con una confessione. Trovatosi nelle condizioni di portare aiuto o comunque alleviare il dolore di una ragazzina piangente su una panchina, lo scrittore ha preferito battere in ritirata facendo finta di controllare l’elenco dei propri contatti sul telefonino. L’amara conclusione è che la tecnologia celebra la possibilità di entrare in contatto ma incoraggia ad estraniarsi dalle situazioni relazionali reali. L’uso quotidiano delle comunicazioni tecnologiche cambia le persone che acquisiscono maggiori possibilità di dimenticare il prossimo, diventando meno capaci di prendere a cuore qualcosa o qualcuno.

Riassumendo, gran parte delle nostre invenzioni, iniziando del telefonino, passando per le comunicazioni on line, per finire con i messaggi, rappresentano evoluzioni inferiori, per quanto accettabili, della comunicazione faccia a faccia. Una corazza dietro la quale nascondersi per eludere  il peso emotivo di essere presenti. La conclusione a cui sono giunto è questa : “il più delle volte la maggior parte delle persone non piange in pubblico, ma tutti hanno sempre bisogno di qualcosa che una persona può dare loro, che si tratti di un’attenzione incondizionata, di una parola cortese o d’una profonda empatia. Non c’è niente di meglio da fare nella vita che prestare attenzione a queste esigenze”. Sono, più o meno, le stesse parole pronunciate dalla mia amica-medico quando anni fa era gravemente ammalata!  La similitudine fra ragazza che piange e persona ammalata è, a questo punto, evidente.

Mi viene in mente, concludendo, la frase di Simon Weil: “L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità”.

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