Fondazione Zoé
Multiculturalismo come pretesa di parità culturale tra civiltà: rivendicazione sensata? 

Si ricordi, comunque, che la molteplicità culturale, oltre ad essere un fatto oggi innegabile, è pure una inevitabile e originaria condizione umana. Il mito della Torre di Babele dice bene di questa condizione, perché registra e il fatto e la patologia che segue al fatto, cioè la divisione della comunità umana in parti che non riescono più ad intendersi. Nel mito della Torre la patologia è legata simbolicamente al linguaggio. Ma non è difficile interpretare il mito come segnale di una patologia più profonda della differenza linguistica. Non ci si fraintende tanto per via dei fonemi diversi, quanto per via di desideri diversi e conflittuali. Questo dice la comune esperienza. La differenza linguistica fa poi giganteggiare le forme del conflitto.
 

Se il multiculturalismo è sempre esistito, ora è un problema, a mio avviso, solo perché le culture rivendicano parità; cosa che una volta (fino ai tempi del colonialismo), specialmente a noi europei, sembrava una pretesa assurda. Ma la parità culturale è una rivendicazione sempre sensata? Ad esempio, si può dire che la cultura di una sperduta tribù dell’Amazzonia è pari alla sofisticata cultura newyorkese? Certo, si può dire, da alcuni viene detto e da tutti in qualche modo si deve dire; ma con una precisazione che spesso viene tralasciata e che rende incomprensibile difendere una parità assoluta. La precisazione a me par questa: la parità si può e si deve predicare dell’umano che ci accomuna; si deve predicare, in particolare, del buono o cattivo uso della nostra libertà. Nell’uso dell’umana libertà, infatti, non esiste progresso (morale) ‘continuo’, perché ogni essere umano ricomincia da capo una storia tutta sua. Insomma, quanto alla scelta del bene e del male nella vita, quanto alla dignità personale messa in gioco nelle relazioni tra noi, siamo tutti e sempre ugnali. Ma lo stesso non si può dire dello sviluppo ‘civile’, senza negare l’evidenza. Naturalmente, ci sono differenze di civiltà che implicano pure una sostanziale parità (ad esempio, la civiltà greca e la civiltà romana nell’antichità, la civiltà araba e quella cristiana nel Medioevo, Spagna e Inghilterra nella modernità, India e Cina nella contemporaneità). Ma non sempre le cose stanno così. Una capanna di fango non è un’opera architettonica pari a un grattacielo, supposto che entrambi nel loro ordine siano dei buoni prodotti, così come il ritmo dei tamburi di una tribù di primitivi non può reggere il confronto con il contrappunto di Bach. E ancora: il baratto negli scambi economici non può esser fatto equivalere al mercato nelle società capitalistiche avanzate, come i segnali di fumo degli indiani d’America non sono strumenti di comunicazione da poter considerare pari alla Rete. E così via.
 


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