Fondazione Zoé
Mettere in questione la propria identità e quella degli altri popoli, tra difesa dei limiti e rispetto.
 
 
Il multiculturalismo raccoglie confusamente vita civile e vita morale, forme giuridiche e forme religiose, tecnologia e arte, economia e politica ecc. La cultura di un popolo è, infatti, tutto questo. Il che produce, a partire da una certa vicenda storica, identità. Come è possibile che una pluralità di queste identità possano intendersi, cioè poi reciprocamente riconoscersi, e pacificamente convivere? Questo è il problema dei nostri tempi. E già così dicendo stiamo imboccando una via che non è quella della tolleranza, perché si tollera un che di negativo per noi, mentre qui abbiamo a che fare semplicemente con ciò che è diverso da noi. E il diverso – basta un po’ di buon senso per capirlo – non è lo stesso che il negativo, a meno di non essere piombati nella paranoia più buia.
 
Se questo è il problema reale, direi che la soluzione del problema è presso che impossibile in termini astratti. Si tratta, infatti, di una questione di pratica politica che si bilancia almeno tra l’etica pubblica e le forme del diritto. Ma qualcosa di orientativo si può dire, a partire dalla semplice considerazione che nessun popolo mette facilmente in questione la propria identità. E in questo certo non erra. Erra, invece, quando non mette in questione la difesa più o meno accanita dell’identità escludente. Perciò potremmo già dire, in via di principio: il limite minimo che un popolo non può non difendere, è quell’identità che, in sé e per sé, coincide con la comune umanità; e questo “minimo” non è mai “trattabile”. Possiamo subito aggiungere: il limite massimo che un popolo può difendere è l’identità storico-concreta, cioè determinata, in quanto individuazione della comune umanità. Il limite massimo è o deve essere, invece, sempre ‘trattabile’, ossia deve poter esser messo in questione: per capire sino a che punto alcune abitudini e forme di vita possono far posto ad altre forme, mediante un atteggiamento di ‘rispetto’ per altri. Il rispetto non implica, infatti, un accordo di visione, ma solo una compatibilità tra due visioni differenti, tale per cui viene esclusa una reciproca ostilità. Anche dal punto di vista semplicemente etico, il limite minimo è o dovrebbe essere un limite invalicabile (nel senso che si può avanzare, ma non retrocedere), perché ogni concessione che vulneri la dignità della comune umanità è eticamente riprovevole. Deve necessariamente essere rifiutata, giacché danneggia tutti: tanto gli ‘stranieri’ quanto gli ‘indigeni’. Sempre dal punto di vista semplicemente etico, il limite massimo dovrebbe essere altrettanto, ma in altro senso, invalicabile (si può retrocedere, ma non avanzare), perché porta con sé facilmente richieste aggiuntive ‘distorcenti’ o ‘patologiche’. Come accadrebbe, ad esempio, quando a tutti si chiedesse di parlare solo una determinata lingua o si chiedesse a tutti di vestire allo stesso modo ecc.
 


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