Fondazione Zoé

Alla ricerca dell’umanità del medico: un bisogno comune segnalato da pazienti e parenti.

Stavo leggendo i quotidiani e mi sono soffermato su due lettere che hanno attirato la mia attenzione di medico e che mi hanno portato a fare un’amara riflessione.
 
La prima lettera è di una signora che scrive da Napoli. Mi sembra di vederla mentre si aggira, all’interno dell’Ospedale, fra impiegati annoiati, maleducati e incompetenti, all’affannosa ricerca di certificati e moduli da compilare mentre il padre si consuma annientato dal morbo di Parkinson. 
Il tutto avviene nell’assoluta indifferenza degli “specialisti” che dovrebbero averlo in cura e del medico curante incapace di un minimo di conforto e di sostegno.
La domanda accorata che si pone questa signora è: cosa vale oggi il giuramento di Ippocrate, l’etica, la compassione, l’empatia che c’è dietro un camice bianco?

La seconda lettera viene da Padova. E’ ancora un signore affetto da un tumore in fase avanzata che viene ricoverato nel locale Istituto Oncologico. I figli da prima confusi e disperati, ma fiduciosi nei medici che potevano decidere le sorti di una vita, ben presto si accorgono, attraverso atti mancati, rinvii e trascuratezze, che le loro richieste di attenzione sono cadute nel vuoto. La storia si consuma nella convinzione che una chemioterapia aggressiva abbia accelerato la fine del loro congiunto. 
La domanda che segue è forse simile alla precedente anche se posta con parole diverse: esiste un modo di misurare, nei test di accesso alla Facoltà di Medicina, il grado di umanità degli aspiranti dottori?
 
La domanda che pongo io invece è questa: aldilà di ogni progresso di Tecnica e Scienza, esiste ancora qualche dubbio che il rapporto e la comunicazione tra medici, malati e i loro parenti non sia uno dei problemi ma il problema che condiziona i sentimenti che i cittadini nutrono nei confronti della nostra Sanità?
A ben vedere infatti, nelle due lettere, non c’è nessuna denuncia di incompetenza ma semplicemente la richiesta di comprensione, di dialogo, di consigli e di attenzione, tutto ciò che va sotto il termine onnicomprensivo di Umanità. 
 
Da qui l’amarezza della mia riflessione: come è possibile valutare il grado di umanità di uno studente, aspirante dottore, con poco tempo a disposizione (e sopratutto da chi?) durante un test di ammissione? 
In realtà il problema nasce da molto lontano. Da piccoli iniziamo a provare in modo confuso i primi sentimenti in ambito famigliare ma è sopratutto a scuola che si compie la distinzione fra sentimenti buoni e cattivi, attraverso l’educazione impartita da insegnanti capaci di arrivare al cuore degli studenti e di essere ascoltati. Non solo conoscere i sentimenti ma anche essere capaci di provarli e comunicarli.
Dovrebbero quindi essere coloro che insegnano nelle scuole superiori, nel momento in cui licenziano l’aspirante dottore, ad attestarne il grado di maturità raggiunta.
L’educazione ai sentimenti umani, cosa assai diversa dall’istruzione che deve andare comunque di pari passo, dovrebbe continuare durante gli studi universitari e post – universitari fino a consegnare alla società un medico dotato di tutti i requisiti necessari.

Famiglia, Scuola, Università: c’è qualcuna di queste Istituzioni che oggi è messa nelle condizioni di funzionare?

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