Fondazione Zoé

La legge morale è la “regola” delle nostre azioni: le nostre azioni hanno sempre un certo scopo.

Ma lo scopo che noi perseguiamo, in ultima istanza, è la nostra fioritura come esseri umani. Lo abbiamo già ricordato. Ebbene, non possiamo fiorire se non siamo “riconosciuti” come esseri umani. Qualcuno quindi deve pur riconoscerci. La vita infatti provvede subito a questo. Inizialmente, è la coppia parentale a riconoscere il proprio bambino o la propria bambina. Nella vita adulta chiediamo questo al nostro partner. Ma è fin troppo evidente che il bisogno d’essere riconosciuti implica che noi a nostra volta siamo disposti a riconoscere altri. Altrimenti il “meccanismo” si inceppa. Occorre cioè un atteggiamento universalmente riconoscente, perché si abbia per gli umani un universale riconoscimento. Ebbene, la legge morale, se adeguatamente intesa, è questa pratica universalmente regolativa. L’umanità lo ha sempre saputo, in realtà, e infatti tutte le grandi tradizioni sapienziali hanno questo testimoniato attraverso la cosiddetta “Regola d’oro”. Che è la più profonda e la più condivisa “legge morale” che si conosca sulla faccia della terra. Ci soffermiamo perciò brevemente su questa per chiudere (come promesso) con il tema della legge.

 
La Regola d’oro, come tutti sanno, ha una versione negativa (la più nota): “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” e una versione positiva: “Fai agli altri ciò che vorresti fatto a te”. Ebbene, se si riflette un poco, ci si avvede che i tratti fondamentali della sua struttura sono due: a) la prescrizione di una reciprocità relazionale; b) la disposizione della reciprocità secondo un “chiasma”. Dico subito appresso cosa intendo. Possiamo intanto osservare, quanto alla reciprocità relazionale, che essa in fondo sembra una applicazione – alla relazione interpersonale – dell’antico e noto principio della vita morale: fare il bene ed evitare il male. Fare il bene (ad altri; v. anche l’antico unicuique suum tribuere), qui si traduce nel fare quel bene che a me conviene, perché conviene all’essere umano cui mi rapporto. Non fare il male (ad altri; v. il neminem laedere), comanda invece il rispetto dell’altro.
 
Ma veniamo al secondo tratto fondamentale della Regola d’oro: lo strano intreccio fra intenzionalità buona verso un altro e l’indicazione contenutistica riferita al desiderio che è mio. E’ come se si volesse dare risposta ad una mia inevitabile domanda: ‘Nel beneficare un altro, come devo determinare il bene da fare?’. Il comando è netto: ‘Devi fare quel bene che tu stesso desideri per te’. Ma quale è il bene che noi desideriamo per noi stessi? La soluzione indicata sembra, in realtà, un semplice rimando, perché resta problema quale sia il bene per me. Ma il rimando contiene un po’ anche il bandolo della matassa. La cosa si può un po’ chiarire, se si tiene ferma la combine del proprio desiderio e della forma del comando, in quanto esso è per altri (è questo il senso del “chiasma” prima accennato). In effetti, se noi badassimo solo al desiderio dell’io nella sua singolarità, sarebbe facilmente ipotizzabile la possibile non eticità del contenuto del comando, giacché l’io ha pure dei desideri di natura patologica. Se però riferiamo questo contenuto al comando di fare per altri, allora la patologia può in qualche modo essere tenuta sotto controllo. In che senso? Il comando del fare per altri è un certo controllo della patologia, perché in genere il desiderio patologico vive solo come rappresentazione cattivante se è il mio desiderio patologico. Spostato su altri nella forma del comando, non è più un ‘per me’, e quindi non è più tanto cattivante.
 

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