Fondazione Zoé

Dice la Regola: abituati a questo ‘sguardo’ sul mondo e capirai che cosa vale la pena fare.

Il ‘trasferimento’ dell’oggetto del desiderio mio ad altri, da quanto appena accennato, appare subito come una chiave di volta nella comprensione della Regola d’oro della libertà. Lo sguardo su altri ci fa capire con più facilità che cosa effettivamente aiuta un essere umano e che cosa invece lo danneggia. Non è facile capirlo, quando siamo noi stessi intrigati nelle difficoltà. Tanto che nelle difficoltà, di norma, noi chiediamo consiglio. Le passioni, questo più o meno pensiamo, offuscano il giudizio. L’amico, che queste passioni non prova in modo diretto, può vedere la cosa in modo ‘oggettivo’ (almeno più di quanto noi si possa). Ma c’è un secondo motivo da mettere in campo. Se l’oggetto del desiderio mio non è per me, ma è per altri, sicuramente sarò incline ad evitare gli eccessi nell’impiego delle forze, perché le forze sono mie, ma l’oggetto è per altri e non per me. Verrà spontanea, allora, una certa economia dell’impiego. Mi dirò che è giusto fare per altri… il giusto. Non ha senso inseguire desideri smodati miei per altri. Inseguire i desideri smodati costa… Io dovrei scuotere l’albero e l’altro godere dei frutti, e per bisogni patologici. Nessuno si imbarca in compiti siffatti. Vogliamo far qualcosa per altri, sì, ma nel contempo ci industriamo a capire che cosa veramente l’altro avrebbe bisogno d’avere, proprio per non essere in qualche modo violentati. È per questo che il fare ad altri spontaneamente si declina come un fare che non abbandona con leggerezza una ragionevole ponderazione del bisogno d’altri. Si raggiunge, appunto, in modo quasi fisiologico, la misura della ‘normalità’. La  quale è contenuta nella Regola come uno scopo e, insieme, come un risultato.

 
La Regola d’oro, dunque, non prescrive che cosa tu devi fare all’altro in modo determinato, ma prescrive di metterti dal punto di vista dell’altro e dei suoi (veri) bisogni. Questa ‘rotazione’ per sé sola diventa quella ‘indicazione di fondo’ che poi è capace di ordinare la nostra azione. Ma questo non può accadere evidentemente in modo ‘meccanico’, perché il mettersi dal punto di vista di un altro, proprio perché è una regola, può essere approssimato solo in modo graduale. Lo sguardo regolativo è, dunque, qualcosa che uno mano a mano costruisce in sé con un esercizio di addestramento. La Regola eseguita diventa così una fonte di abitudine all’osservanza della Regola. Rispettarla nella singola azione significa, cioè, di-sporsi in un modo che lascia percepire il mondo e soprattutto la relazione ad altri come un essere umano dovrebbe percepirla per essere in pari con il compito che la vita di relazione gli assegna.
 
Dice la Regola: abituati a questo ‘sguardo’ sul mondo, cioè abituati a un atteggiamento di fondo come un essere per altri, e allora capirai spontaneamente o naturalmente che cosa vale la pena fare. Capirai come nella relazione ad altri puoi decifrare l’autentico te stesso, che io ti indico come contenuto del comando. Attraverso me, imparerai ad essere una persona ‘normale’. Non nel senso di una persona ‘comune’ o, peggio, ‘mediocre’, ma nel senso di una persona che segue la ‘legge morale’. Io ti educherò a trovare in te stesso, nel te stesso più autentico, la maniera di ‘guardare’ a te stesso e agli altri, perché tanto il te stesso quanto l’altro sono prima di tutto lati interni di te. Finché non vedrai te stesso come un altro e finché non vedrai un altro come te stesso, non potrai dire d’aver posto la buona relazione con altri e con te stesso. Identità e alterità non sono altrove, ma sono, appunto, dentro di te. Esattamente come la libertà.
 

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