Fondazione Zoé

Che ne è oggi della vecchiaia? Ci sono variazioni  rispetto al passato recente e meno recente?

Conviene, prima di parlare di etica della senescenza, allineare qualche rapida osservazione in merito.

Ebbene, tradizionalmente, il senescente, cioè il “vecchio”, è stato da noi oggetto di grande rispetto. Egli era non di rado il “padre” delle famiglie patriarcali e, quindi, era simbolicamente rapportato all’origine della vita, cioè ad un ambito sacrale. Basti qui ricordare che Giove era raffigurato come un grande vecchio; ma anche Dio Padre, come si sa, nella tradizione cristiana è stato sempre rappresentato allo stesso modo.
Il senescente, socialmente, era visto soprattutto come colui che possiede lunga esperienza della vita degli uomini e che ha moderato le sue passioni per ragioni naturali. Dunque, come colui che possiede della temperanza, un certo disinteresse, una qualche lungimiranza. Insomma, il senescente, tradizionalmente, era il saggio, rispetto a cui si esercitava la pietas. 
Questo quadro idilliaco non deve, comunque, trarre in inganno. Io ho citato un modo idealizzato di rapportarsi alla senescenza nella tradizione antica greco-romana (ma anche cristiano-medievale e moderna). La realtà è stata sempre più cruda. Ad esempio, una volta il vecchio veniva facilmente a soccombere (nelle guerre, nelle deportazioni ecc.). E si aggiunga che una volta la senescenza era, in alcuni casi, anche abbandonata a se stessa e, presso alcuni popoli barbari, persino drasticamente soppressa, se le condizioni di vita erano molto precarie e la sopravvivenza richiedeva il sequestro, a beneficio degli uomini validi e produttivi, di tutte le risorse disponibili.

Oggi la senescenza nel comune sentire è diventata altra cosa, perché viene identificata per lo più con la quarta età, considerata la notevole lievitazione della durata media della vita, almeno in Occidente. Il senescente è diventato quasi sempre un oggetto di cura o di terapia, appunto perché molto vecchio. E’ diventato un peso. Lo è, un peso, anche il bambino o il figlio; ma il bambino ricambia la coppia genitoriale con la sua speranza di vita, mentre il senescente pare un peso senza futuro e senza speranza. Della sua saggezza nessuno vuol saperne, perché nella quarta età la saggezza è sovente poco visibile. Evidente è, semmai, in tanti casi, la perdita di lucidità. Perciò il senescente, anzi che essere ascoltato con rispetto, è spesso zittito ed emarginato. Non conta nulla, perché, si dice, non capisce nulla e non capisce nulla, non solo perché indebolito nella mente, ma anche perché è fuori del tempo. Egli pare preoccupato soprattutto della propria sopravvivenza e del controllo del piccolo territorio che circonda il proprio corpo inabile. Quando non tenta di difendere gli ultimi scampoli del proprio antico potere, usando, poniamo, l’arma del testamento… .  
E tuttavia, se l’immagine ideale della senescenza nella tradizione era bilanciata da una pratica dura e violenta, l’immagine depressiva della senescenza nella cultura contemporanea è, viceversa, bilanciata da una certa attenzione per i problemi della quarta età e da uno sforzo terapeutico, e comunque di accudimento, organizzato sempre più su larga scala. Almeno da noi.


Oggi il senescente è seguito, anche dal punto di vista farmacologico; fruisce dei servizi sociali, quando la famiglia non può prenderlo in carico. Si va diffondendo, però, la consapevolezza che gli interventi migliori di sostegno sono quelli che non separano il senescente dal proprio contesto familiare. La conclusione più verosimile di questa ispezione del costume mi par che denunci una fondamentale ambivalenza tanto nei senescenti, nell’immagine che si fanno di loro stessi, quanto in quelli che devono accudirli. Le variazioni storiche di questa ambivalenza sono importanti per capire il fenomeno, ma la soluzione dell’ambivalenza non può essere un semplice risultato storico; può nascere solo da una decisione etica. Da un’etica della senescenza.

 

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