Fondazione Zoé

Introduciamo il primo principio che ci aiuta a riflettere sull’etica della senescenza.

Dobbiamo allora provare a tracciare alcune linee di un’etica della senescenza, secondo il doppio senso che prima abbiamo accennato. Si badi, non un’etica pragmatica (una casistica, all’americana), ma un’etica di principi. Proporrei, perciò, le riflessioni che seguono, divise in due parti, a seconda dei due sensi dell’argomento distinti poco sopra: etica del senescente ed etica della cura del senescente.

 
Il primo principio di un’etica del senescente io porrei nella buona accoglienza della “cosa” in gioco, cioè della senescenza medesima, per quel che essa già è. Questo implica una benevola interpretazione della condizione di senescenza come di un’età della vita che ha un proprio tipo di risorse. Quali? Tutte quelle che derivano dal fruire del rapporto al mondo, rispetto e di contro a quelle che derivano dal produrre e dal dominare il mondo. Ciò che il senescente non può o non riesce a essere è, infatti, d’essere produttivo al modo in cui la nostra civiltà occidentale chiede insistentemente. Produttivo uno è, quando riesce a impiegare le proprie potenzialità fisiche e psichiche per manipolare il mondo e trasformarlo secondo un disegno. Un senescente non è certo in grado di garantir questo. Egli sente che le forze gli mancano e forse gli bastano appena per stare al mondo. Nei casi migliori, riesce ad accudire a se stesso e a compiere qualche piccolo intervento. Ma non è da questa parte che egli può attendersi la gioia dello stare in pari con gli altri.

E d’altro canto, non è da questa parte che l’uomo, in generale, riceve le gioie maggiori della vita. Esse stanno, piuttosto, dalla parte della fruizione del mondo. Si fruisce il mondo quando lo si “lascia essere”, cioè quando non lo si “consuma”. Certo, l’uomo non può solo permettersi questo, anche per il semplice fatto che deve pur mangiare; mangiando, simbolicamente egli consuma il mondo. Ma l’uomo può permettersi di trattare la dimensione fruitiva della vita come quella per lui più importante. Egli consuma, ma dovrebbe consumare per poter fruire.


Ebbene, il senescente può far questo; anzi la senescenza lo aiuta potentemente a respingere la tentazione di prendere la dimensione del consumo come il fine della vita. Il senescente può benissimo “in stallarsi” nella “cosa” che è il mondo della natura e degli uomini, può porsi al centro della vita, può ascoltarla, per decifrarne i messaggi più profondi, quelli che portano oltre il mondo della natura e degli uomini. Fruendo della cosa del mondo, egli può prepararsi a morire nel modo più umano e più libero, ossia trattando la cosa che è il mondo come cosa “penultima”. L'”ultima cosa”, infatti, dovrebbe essere per lui altrove, almeno come possibile destino.

Se poi riflettiamo al fatto che “accogliere” qualcosa, fruire di qualcosa è lo stesso che “riconoscere”, un’etica della senescenza può essere intesa come la massima realizzazione dell’etica delle relazioni di riconoscimento. Si possono indicare o trovare non poche conferme. Chi ha esperienza di rapporto con i “grandi vecchi”, cioè con i vecchi che hanno ben vissuto la loro vita, sa bene quanta tenerezza e quanta dolcezza riescono a trasmettere nei rapporti umani. Essi sono pazienti, pronti a comprendere e a scusare, vedono lontano, sono indulgenti di fronte alle asprezze dei giovani, riattivano i circuiti della reciproca amicizia con una sapienza tanto semplice quanto profonda. Questo, quanto al primo principio.
 

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