Fondazione Zoé

Accoglienza: parola chiave per i principi di un’etica della cura del senescente.

Del primo principio dell’etica della senescenza abbiamo parlato nel post precedente.

Il secondo principio potrebbe stare dalla parte della promozione della “cosa” della senescenza, per quel che essa può diventare. La senescenza non è solo luogo di risorse, ma anche luogo di progetti possibili. Fondamentalmente, progetti di dilatazione della universale disponibilità e di intensificazione della fruizione, tanto più, quanto più le condizioni fisiche e mentali lo permettono. Ad es., coltivazione delle relazioni personali (incontri sociali, rapporti amicali, interventi, occasioni di gioco), attenzione per il lavoro gratificante, perché commisurato alle proprie forze (ad es. il giardinaggio), per l’arricchimento spirituale attraverso la lettura, per l’ascolto della buona musica, per lo studio di nuovi argomenti, per la coltivazione delle virtù, per la vita di preghiera, se si è credenti . E non si dimentichi che un senescente può essere per gli altri fonte privilegiata di direzione sapienziale e di consiglio ecc.

La dilatazione della forma dell’accogliere non va, però, solo intesa come rivolta alle relazioni storiche interpersonali, ma anche come riconoscimento del senso della vita nella sua forma più alta. Quella che dirò ontologico-metafisica. Qui io porrei il terzo principio di un’etica della vita senescente. Almeno secondo tre scansioni.
 

a) Dal fatto che la senescenza implica un tendenziale isolamento dalla relazione al mondo, per via del declino del corpo, che è il nostro tramite naturale di tale relazione, dovrebbe poter nascere una coltivazione della trascendenza metastorica della vita. In altri termini, la senescenza dovrebbe lasciar crescere il desiderio di ritornare dentro se stessi e di cercare, e magari trovare, dentro se stessi la fonte della vita di là dalle forme, più o meno esteriori, dell’effettualità storica.
 
b) Dal fatto che la senescenza implica una possibile consuetudine col dolore (specialmente nei casi di “cronicità” delle malattie), dovrebbe poter nascere un’etica dell’apprezzamento della vita nelle sue forme spirituali immanenti. Il dolore, infatti, per un verso restringe l’orizzonte intenzionale, nel senso che ritrae il nostro interesse dal mondo circostante per concentrarlo sulla nostra malattia o sul nostro corpo malato; per altro verso, però, il dolore, se ben tollerato, introduce alla superiorità dello spirito sul corpo e quindi rende più acuta la percezione del mondo (quello spirituale, in modo particolare) che la percezione sensibile dominante tendeva ad occultare.
 
c) Dal fatto che la senescenza implica l’imminente esperienza del morire, dovrebbe poter nascere un’etica del riconoscimento della dipendenza d’ogni uomo dalla fonte della vita, cioè un’etica della gratuità o del dono, quanto a ciò di cui abbiamo fruito. È questo il punto forte della vita senescente, non di rado dimenticato, invece, negli anni della giovinezza. 

Anche qui, l’esperienza insegna. I più vecchi spesso alludono alla loro morte vicina, perché gli avvenimenti della giornata o le occasioni di dolore o di impotenza la suggeriscono loro. Sanno che presto devono lasciare le loro cose e le loro relazioni e temono naturalmente l’inevitabile. Intanto, dinanzi alla paura della morte, le cose cominciano a cambiare aspetto. Ciò che una volta sembrava importante, diventa quasi privo di interesse (il potere, il piacere sessuale, il successo, il denaro ecc.) e ciò che prima si lasciava nello sfondo, e quasi si disprezzava, appare ora prezioso (l’autonomia nella deambulazione, la sicurezza personale, la possibilità di incontrare gente con cui intrattenersi ecc.). Su tutto domina, però, l’oscura percezione dell’inafferrabilità del mondo. Le cose, come gli anni, non vengono più, se ne vanno (diceva B. Croce).

Ebbene, se ci si persuade della gratuità della vita, tutto può diventare più leggero e più amabile, anche quando pare inafferrabile. Del resto, noi le cose non l’abbiamo mai propriamente afferrate. È sempre rimasta, rispetto a noi, la loro possibilità di sfuggirci, anche quando non l’abbiamo sperimentata. Esse sono venute a noi sin da quando siamo venuti (anche noi) a questo mondo, così come esse vengono ancora nella senescenza. La percezione distorta era quella della passata giovinezza, non questa, della senescenza. Sempre le persone e le cose sono venute avanti nella loro bellezza e in una qualche oscura promessa di complicità nel bene. Nella senescenza tutto questo è destinato a diventare più chiaro. Se davvero questo accade, può nascerne la serena convinzione che niente di ciò che è buono ci verrà mai sottratto, nonostante l’amara destinazione al morire. E allora, morire non sarà così difficile.

 

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