Fondazione Zoé

Capitolo conclusivo dell’indagine sull’etica della senescenza, come etica della relazione.

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Si sarà realizzato, di certo, che l’etica della senescenza si risolve in un’etica della relazione fruitiva al mondo; dove il mondo è, anzitutto, il mondo delle relazioni personali.
Sembra un appiattimento della nostra conclusione sulle linee generali della dottrina. Ma ci si inganna a pensar così. Lo specifico dell’etica della senescenza è, infatti, l’attenzione al progressivo ritrarsi da quel consumo del mondo, che presuppone ed esige la complessità del ciclo produttivo (oramai diventato capitalistico a livello planetario) e che impone le proprie leggi, storicamente variabili, con la forza materiale dei bisogni primari quotidiani.

Il senescente è colui che realizza gradualmente una umanità diversa da quella affaccendata intorno agli strumenti di lavoro e intorno alla lotta per strappare alla natura il sostegno della vita. Il senescente, se può vantare una vita ben vissuta, è colui che prende posto ai piani alti della qualità delle relazioni umane e delle relazioni con l’intera realtà. Egli ha già provato la fatica della trasformazione del mondo e la lascia naturalmente in eredità ai più giovani. Egli si riserva il compito di testimoniar loro che il fine per cui essi trasformano il mondo non è l’ultimo fine. L’ultimo fine è la fruizione e non il consumo del mondo. E questo fine, certo, è possibile ai giovani come ai vecchi, ma forse più amico dei vecchi che dei giovani, i quali sono spesso abbagliati dallo splendore del successo, del potere, del piacere e del denaro. Sono soprattutto abbagliati dalla loro stessa giovinezza, che rende dolci tutti i loro sogni di onnipotenza.

La senescenza, se ben capita e ben vissuta, è, invece, il rovescio del sogno di onnipotenza, che pure accompagna sempre e sempre tenta ogni essere umano: è il mondo dell’accettazione della dipendenza creaturale e perciò il mondo della gratuità e del dono. E si potrebbe aggiungere: il mondo dell’impotenza, se la parola non suonasse masochistica e persino scandalosa per il nostro codice culturale. L’impotenza, infatti, è solitamente confusa con la fine delle nostre chances rispetto alla vita. E, così gemellata, l’impotenza è certamente una condizione da rifuggire, perché corrisponde all’impossibilità coatta dell’esercizio della signoria. C’è, però, un altro senso dell’impotenza: l’impotenza come libera rinuncia al dominio, specialmente quanto alle persone che ci stanno d’attorno, ma poi anche quanto alla vita della natura. Questa impotenza è l’altra faccia del rispetto, ossia è la buona relazione che lascia essere e uomini e donne e animali e piante e cose nel loro splendore e solo interviene perché questo splendore non vada perduto, ma anzi sia custodito e, possibilmente, accresciuto.

Questa impotenza è bella. Se la senescenza è questa impotenza, anche la senescenza è bella. Come tale, essa va non solo guardata senza paure, ma vissuta pure con gioia. E onorata, come accadeva una volta, anche se per ragioni in parte diverse da quelle di una volta. E, infine, ammirata, al pari d’ogni altra età della vita.

 

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