Fondazione Zoé
Incremento della longevità, crisi economica, progressi della medicina e della chirurgia, indagini diagnostiche sempre più specifiche e accurate e disponibilità di trattamenti farmacologici di costo elevato sfidano il precario equilibrio e la sostenibilità dell’assistenza sanitaria. Questi elementi s’inseriscono nel difficile contesto della medicina odierna, caratterizzata da un lato da una sovra-diagnosi del soggetto sano e dall’altro da un deficit di cura in presenza di patologie conclamate. Pur aspirando a una diagnosi accurata e a una terapia appropriata, medici e assistiti devono riconoscere i limiti della medicina e accettarne l’incertezza se si vuole controllare il problema della sovra-diagnosi, di cui solo di recente vengono correttamente intesi i costi non sostenibili e i rischi per i pazienti. La migliore medicina è ancora quella che fa affidamento su accurate anamnesi e visite mediche. Questo è il punto di vista riportato da Iona Heath, in un suo recente saggio sul British Medical Journal (doi:10.1136/bmj.g6123).

Sul tema sovra-diagnosi negli ultimi mesi questa rivista ha pubblicato articoli che prendono in esame condizioni cliniche in cui una buona diagnosi basata su anammesi e visita medica sono la chiave per il trattamento più appropriato, senza sprechi. Ecco alcuni esempi: gli studi condotti sulla sindrome del tunnel carpale forniscono evidenze che si può arrivare alla corretta diagnosi, praticando manovre “storiche” (come quelle di Phalen e Durkan). Allo stesso modo un’anammesi di trauma nasale, per quanto banale esso appaia, dovrebbe indurre il medico all’ispezione del setto, soprattutto in presenza sintomi di ostruzione, dolore, rinorrea o febbre, per evitare necrosi irreversibile del setto stesso e seria deformazione del naso.  Infine l’ipotensione spontanea intracranica (indagata da Shona Scott e Richard Davenport) è caratterizzata da un debilitante mal di testa posturale, che si risolve stando sdraiati e che si aggrava rimanendo in posizione eretta.

Ormai è decisivo riorganizzare l’assistenza medica, non solo evitando sprechi, massimizzando l’utilizzo delle risorse e ricercando una maggiore efficienza, ma soprattutto mettendo il paziente al centro di tutte le attività. Purtroppo questi obiettivi a oggi rappresentano più una dichiarazione d’intenti che un programma d’azione, come sostenuto da Jeremy Taylor, amministratore delegato del King’s Fund, l’ente di beneficienza indipendente che lavora per migliorare la salute e l’assistenza nel Regno Unito. Molto lavoro è ancora da fare, anche se qualche piccolo progresso c’è stato, soprattutto grazie al coinvolgimento attivo dei pazienti nella ricerca. 
 
Il British Medical Journal vuole portare il proprio contributo in tal senso. L’Editor invita, infatti, gli autori degli articoli in pubblicazione a specificare se nella progettazione e nella realizzazione dei loro studi hanno coinvolto pazienti, familiari e badanti, utenti dei servizi o persone comuni e ce ne presenta un esempio: l’articolo di Scott e Davenport (succitato) riporta in un box le modalità di creazione collettiva dell’evidenza clinica, indicando il ruolo avuto dai pazienti nella realizzazione dell’articolo.  

Fonti: Godlee, 2014. Per approfondimenti.
Fonti: Scott e Davenport, 2014. Per approfondimenti.
 
 

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