Fondazione Zoé
Il rapporto medico-paziente è una relazione asimmetrica in cui non c’è una condizione di parità tra i due soggetti: mentre il paziente è una persona che soffre, conosce poco o nulla della propria malattia, il medico riveste un ruolo socio-culturale di dominanza, grazie alle sue conoscenze e competenze cliniche e scientifiche.
Tuttavia il colloquio terapeutico rappresenta un’esperienza interpersonale che supera l’idea di un fatto puramente tecnico, poiché entra in gioco una serie di elementi non solo razionali, ma anche emotivi e affettivi.
 
L’asimmetria iniziale va a dissolversi per lasciare spazio alla voce del paziente che si sente parte attiva nella relazione riuscendo a esprimere bisogni, preoccupazioni, ma soprattutto il suo punto di vista sulla malattia. Un’esperienza di arricchimento per il professionista che acquisisce delle informazioni fondamentali per il processo clinico in atto.
Proprio su questa tema, alcuni ricercatori del Center Innovation in Care di Rotterdam (Paesi Bassi) e del Dipartimento di Medicina e Salute Pubblica di Verona (Italia) ritengono che la formazione delle competenze di comunicazione del medico debba riguardare tutti gli aspetti del colloquio clinico: dall’instaurare un rapporto empatico con il paziente, all’acquisire informazioni per decidere quali informazioni fornire, fino a condividere le decisioni terapeutiche e suggerire, se necessario, un percorso di autocura, senza trascurare gli aspetti emotivi. 
All’interno di una visita medica ‘patient centered’, l’assistito non occupa più una posizione passiva: deve essere interpellato e ascoltato e deve diventare il protagonista dell’incontro. È il solo che può esprimere i segni e i sintomi della sua patologia, ma soprattutto il vissuto della propria malattia. Questo non altera la professionalità del medico ma è un elemento fondamentale per definire diagnosi, intervento e terapie.
 
Un aspetto molto delicato messo in evidenza dallo studio riguarda i problemi legati alla qualità della vita: la maggior parte dei malati oncologici, infatti, parla di morte, paura, rabbia, angoscia e incertezza. In questi casi la capacità di comunicazione, il tono di voce, l’ambiente e il clima sono fattori essenziali per facilitare il colloquio, senza però trascurare informazioni statistiche e messaggi di speranza: guardarsi negli occhi è necessario per creare una reciproca comprensione. 
 
La dimensione soggettiva dell’essere malato, interviene in modo importante nel modificare la consultazione sul piano comunicativo e relazionale: il paziente subordina la qualità della cura a una relazione di fiducia con il medico, che dovrà dedicare tempo a questa relazione e fare il proprio meglio per dimostrare un personale interesse per il proprio paziente.  Questo fatto comporta – secondo i ricercatori – la necessità di sviluppare oltre che cure personalizzate anche modi di comunicare personalizzati. E questa è la maggiore sfida per i medici e per chi sviluppa o tiene i corsi di comunicazione rivolti a loro.   

Per approfondimenti: J. Bensing, M. Rimondini, A. Visser “What patients want”, Patient Education and Counseling, 2013
 
 

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