Fondazione Zoé

Il tempo della famiglia come tempo della vita e tempo dell’attesa.

Il tempo della famiglia è anche il tempo della vita. Il legame della famiglia, poiché nasce come il legame tra un uomo e una donna, è un legame della vita per la vita. Per vivere, si sa, basta nutrirsi. Ma non ci si nutre solo di pane. Il nutrimento proprio di un essere umano è anzitutto un altro essere umano. Non è una esortazione al cannibalismo, questa, s’intende, ma solo la constatazione che senza un legame decente d’affetti, un essere umano muore, anche se ha del pane da mangiare. Nel tempo della famiglia la vita germoglia per via del fatto che un uomo e una donna si parlano con parole d’amore, cioè si nutrono reciprocamente. Ne viene la fecondità. Che è il figlio. Ma il figlio è il frutto d’una fecondità che è quella della vita. La quale genera sempre. Anche in molti modi simbolici. Generare poi vuol dire mettere al mondo sé in altro. Ma essere sé in altro è il modo, per la nostra finitudine, di toccare la forma dell’eterno.

 
Il tempo della famiglia è però il tempo dell’attesa. Se i veri legami tra esseri umani sono legami di libertà, come si è detto, essi non sono prevedibili nel loro farsi trama: hanno delle tortuosità che possono anche impensierirci, e persino spaventarci. Raramente un uomo e una donna reagiscono allo stesso modo di fronte ad un evento di qualche peso. E poi, che ne è dei figli di fronte alle sfide della vita? Bisogna mettere in conto vittorie, ma anche sconfitte. Bisogna elaborare a volte dei lutti. Bisogna aspettare che uno capisca. Bisogna aspettare che uno decida per il bene. Bisogna aspettare. A volte per anni, e senza che una luce appaia in fondo al tunnel. D’altra parte, senza capacità d’attesa, nessun legame tiene. Ma essere capaci di attesa, significa star fermi sulla stessa speranza, mentre il tempo passa. Il tempo dell’attesa però non è vuoto. Star fermi sulla stessa speranza, vuol dire propiziare l’accadimento di ciò che si spera: mettere all’opera la forma più potente d’invocazione.
 

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